Archivi categoria: mitologia

L’Oracolo di Delfi: lo splendore e il fascino del mondo greco

Secondo la tradizione, Delfi era esattamente al centro del globo terrestre, ma non fu la sua posizione a conferirle notorietà: la città infatti ospitò l’oracolo più influente del mondo greco ovvero l’Oracolo di Apollo.

Situato sulle pendici del monte Parnaso, l’Oracolo di Delfi traeva origine dall’uccisione del serpente Pitone, posto a guardia di una fonte sacra, da parte di Apollo. Secondo il mito, il dio insediò il santuario pitico e ordinò che una vergine, la Pizia, proferisse gli oracoli ispirata dal soffio divino.

In origine la Pizia era una giovane vergine nativa del paese, ma in seguito per ricoprire questo ruolo fu scelta una donna di età più avanzata, che viveva all’interno del santuario e doveva osservare una rigorosa castità.

La Pizia

La Pizia si sottoponeva ad un cerimoniale preparatorio prima di proferire il responso del dio Apollo: beveva acqua della fonte Cassiotis, masticava alcune foglie di lauro e assorbiva i vapori che salivano da alcune fenditure del terreno e che le procuravano uno stato di trance.

I suoni più o meno intellegibili che uscivano dalla sua bocca venivano riformulati dai sacerdoti e ne traevano un responso formulato con parole ambigue: il rischio di essere smentiti dai fatti poteva compromettere definitivamente il prestigio della Pizia, pertanto eventuali responsi sbagliati erano attribuiti all’incapacità di comprendere, piuttosto che a quella di prevedere.

Iniziò così la grande storia di Delfi e del suo Oracolo, meta di pellegrini che giungevano lì da ogni angolo del mondo antico per ricevere il vaticinio della sacerdotessa.

Omphalos, pietra che indica Delfi come ombelico del mondo

Ma col passare del tempo, l’Oracolo perse la sua divina imparzialità e così l’indipendenza del santuario venne mortificata dal dominio politico e militare delle varie potenze egemoniche.

 Rosa Araneo per L’isola di Omero

LA VALLE DEI TEMPLI AD AGRIGENTO: LA BELLEZZA DELLA STORIA TRA DEI ED EROI

In una valle incantata, tra ulivi centenari e mandorli fioriti, vicino ad Agrigento si trova il più imponente insieme monumentale di tutta la Magna Grecia, iscritto nel 1997 nel Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

I templi dorici costituiscono una delle più significative testimonianze della cultura e dell’arte greca, e ci raccontano una storia millenaria iniziata nel VI secolo a.C. con la fondazione dell’antica colonia di Akragas.

Il Parco Archeologico della Valle dei Templi è un sito ampio di circa 1300 ettari che custodisce un patrimonio monumentale e paesaggistico straordinario.

Tempio di Zeus.

Le imponenti fondamenta e l’altare monumentale del tempio di Zeus sono la testimonianza del più grande tempio dorico di tutto l’Occidente. Eretto per celebrare la vittoria nella battaglia di Himera, era alto 30 metri. Disteso accanto alle rovine giace un telamone, una delle 38 statue gigantesche che si trovavano tra le colonne del tempio. 

Tempio della Concordia.

Il tempio della Concordia, insieme al Partenone, è considerato il tempio dorico meglio conservato al mondo. Ai nostri occhi, oggi le colonne, il frontone, il timpano si presentano con di colore ocra. In realtà, il tempio era originariamente bianco, tranne che per la parte superiore, dipinta di blu e rosso. Inoltre il tempio della Concordia si è salvato perché nel VI secolo d.C. fu convertito in chiesa cristiana.

Telamone.

Gli altri templi sono andati invece in rovina, danneggiati dal tempo e saccheggiati per riutilizzarne i materiali da costruzione. 

Bellissima è anche la zona dell’agorà di età greca e romana, articolata su più terrazzi e centro della vita pubblica, in cui spiccano il Bouleuterion e l’Oratorio di Falaride. La Valle dei Templi conta anche una ricca zona di necropoli greche, romane e paleocristiane, e la tomba di Terone, sepolcro monumentale erroneamente attribuito all’antico tiranno di Akragas. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Il Codice di Hammurabi: la più antica raccolta di leggi scritte della storia

Era l’inverno fra il 1901 e il 1902 quando, fra le rovine della città di Susa (capitale dell’antico Elam), l’archeologo Jaques de Morgan scoprì una delle più antiche e vaste raccolte di leggi scritte: il Codice di Hammurabi.

Il re babilonese Hammurabi

Hammurabi fu il re di Babilonia, e regnò dal 1792 al 1750 a.C. . In seguito a varie vittorie estese l’impero dal golfo Persico, attraverso la valle del Tigri e dell’Eufrate, sino alle coste del mar Mediterraneo. Fece di Babilonia la capitale del regno e, dopo aver consolidato le sue conquiste, difese le frontiere e garantì la prosperità dell’impero.

Il Codice

Le 282 disposizioni furono scolpite con caratteri cuneiformi su una stele di diorite nera, alta più di 2 metri.

Alla sommità troviamo il re in piedi, che venera il dio della giustizia, seduto sul trono. Il dio porge ad Hammurabi il codice delle leggi, considerate appunto di origine sacre.

La consegna del Codice di Hammurabi

La lingua con cui è stato scritto è quella accadica, parlata in Mesopotamia.

Dopo il prologo iniziale, troviamo i 282 articoli che riguardano varie categorie sociali e di reati, che comprendono anche rapporti familiari, commerciali ed economici, edilizia, regole per l’amministrazione del regno e giustizia.

La struttura del Codice

  1. I processi (1-5).
  2. Alcuni reati contro il patrimonio (6-26).
  3. La scomparsa della persona fisica (27-32).
  4. Alcuni reati propri dei militari (33-36).
  5. I diritti reali (37-65).
  6. Disposizioni perdute (66-99).
  7. Alcune disposizioni su obbligazioni e contratti (100-126).
  8. La calunnia (127).
  9. Rapporti familiari (128-195).
  10. Alcuni reati contro la persona (196-214) (qui sono contenute le notissime disposizioni sulla legge del taglione, come le nn. 196 e 200 sulle lesioni agli occhi e ai denti).
  11. Altre disposizioni su obbligazioni e contratti (215-282).
Alcuni dettagli del Codice

La legge del taglione

Oltre all’organicità normativa, il Codice di Hammurabi deve la sua fama anche alla codificazione della cosiddetta legge del taglione.

Essa prevedeva che la vittima di un danno poteva infliggere all’autore dello stesso un danno in egual misura (il cosiddetto “occhio per occhio”). Ma questa disposizione era applicata con un’equità diversa rispetto a quella attualmente conosciuta.

La civiltà mesopotamica, infatti, era suddivisa in classi. Alla sommità della piramide sociale vi erano gli awilu (“uomini civilizzati”), cioè i nobili e coloro che esercitavano funzioni politiche e di governo. Seguivano i mushkenu (“coloro che si sottomettono”), uomini semiliberi e senza proprietà. Ultimi nella gerarchia erano i wardu, ossia schiavi e servitori, che potevano essere acquistati e venduti.

La gravità della pena era legata allo status sociale del responsabile.

Perché è così importante?

Si parla di una delle prime raccolte organiche di leggi a noi pervenute, che esplicita il concetto giuridico della conoscibilità e della presunzione di conoscenza della legge. Per la prima volta nella storia del diritto, i comportamenti sanzionabili e le pene corrispondenti vengono resi noti a tutti.

All’avanguardia rispetto ai tempi più moderni è la suddivisione del testo in articoli: ogni disposizione normativa del codice, infatti, è numerata, il che ne consente il richiamo in modo facile.

Dove si trova?

La stele costituisce uno dei gioielli della collezione di Antichità orientali del Museo del Louvre, a Parigi. Al Pergamonmuseum di Berlino, invece, ne troviamo una copia.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Venere e Adone: lo specchio della mitologia secondo Tiziano

Tra le numerose tele che Tiziano dedicò in età matura al tema mitologico dell’amore tra Venere e Adone (tra queste, citiamo quelle della Galleria Nazionale di Roma e del Metropolitan Museum di New York), il dipinto del 1553, conservato al Museo del Prado di Madrid, spicca maggiormente poiché fu il primo ad essere prodotto. 

L’opera svolge un ruolo importante per gli studi sulla ricostruzione artistica dell’artista: ne segna la committenza del re di Spagna Filippo II che, a partire dal 1554 fino alla morte di Tiziano, avvenuta nel 1576, fu il suo principale mecenate.

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Ritratto di Filippo II.

Contrariamente alle opere con medesimo soggetto degli anni giovanili, in questo dipinto, Tiziano si confronta con i miti antichi con un atteggiamento del tutto diverso.


In foto: Venere e Adone (1553–1554), Tiziano Vecellio. Collocato presso il Museo del Prado.

Alle celebrazioni festose del mondo classico, accompagnate da esuberanti composizioni dai colori brillanti (come le opere per il ‘’camerino d’alabastro’’ del duca d’Este), si contrappone qui una sonora malinconia che sfocia anche in tragedia, in violenza e in una crudeltà, spesso nascosta dai primi sentimenti percepiti, perlopiù allegri e spensierati di alcune favole antiche.

Difatti, la tela del Prado non sfugge a questa caratteristica: Tiziano ritrae il triste momento in cui Venere viene abbandonata dall’amato Adone, troppo preso dalla passione per la caccia, che, in un certo senso, anticipa la sua morte, avvenuta a opera di un cinghiale inferocito.

In realtà, come viene sottolineato dallo storico Augusto Gentili, ‘’il tema della caccia è una metafora della vita umana sempre peregrinante e soggetta al capriccio del caso e alla crudeltà degli dei’’.

Il mesto sentimento è altresì sottolineato dal contrasto cromatico del luminoso e idillico paesaggio in cui essa è ambientata.

Quanto ai modelli anatomici, il corpo marmoreo di Venere è presumibilmente ispirato al Letto di Policleto, noti rilievi antichi raffiguranti Cupido e Psiche, che Tiziano poteva aver ammirato durante il soggiorno romano del 1545-1546.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

L’ATLANTE FARNESE: IL GIGANTE DI PIETRA E LA VOLTA CELESTE

Quanto può pesare il globo terrestre? Ne sa qualcosa Atlante condannato da Zeus a portarlo sulle spalle. Questa statua del II sec. d.C è custodita nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli e risulta essere di particolare importanza per gli studi che su di essa sono stati condotti. Sul globo sono visibili le 43 costellazioni e i 12 segni dello zodiaco. La sfera celeste è raffigurata come vista dall’esterno e come se, l’osservatore, fosse situato fuori dall’universo.

Rinvenuta presso le terme di Caracalla a Roma intorno al 1546, non si conosce il suo autore ma si sa che essa è una copia romana di un originale greco databile al II sec. d.C. L’opera proviene dalla collezione di Paolo Del Bufalo e venne acquistata nel 1562 da Alessandro Farnese. Prima di giungere a Napoli nel 1786, entrando a far parte delle eredità accumulate da Carlo III di Borbone, la statua fu sottoposta al restauro di Carlo Albacini. A quest’ultimo si devono la testa, le braccia e le gambe.

Atlante Farnese - Wikipedia
Atlante Farnese.

Ma chi è Atlante? Diversi autori classici hanno scritto sul suo mito: Esiodo, Pindaro, Eschilo, Ovidio; Virgilio, Apollonio Rodio e altri. Atlante appartiene alla generazione divina anteriore a quella degli Olimpici e, in particolare, al ceppo degli esseri mostruosi e giganti. Per alcune tradizioni era figlio di Giapeto e dell’Oceanina Climene o Asia, mentre in altri miti era figlio di Urano e fratello di Crono. Atlante ebbe come figlie le ninfe Pleiadi da Pleinone e le Hyadi da Etra. Egli personifica la qualità della perseveranza e fu considerato nella fantasia popolare “colui che istruì gli uomini all’arte dell’astronomia”, insegnando loro le leggi del cielo per navigare in modo sicuro. Inoltre, è considerato la Divinità che, come chiaramente mostrato dalla sua iconografia, rovesciò i cieli intorno al proprio asse, permettendo la rivoluzione dei pianeti.

Il mito racconta: Crono e Rea avevano generato vari figli e figlie ma Crono li aveva divorati tutti, eccetto Zeus che era stato nascosto da Rea. Infatti, ella aveva ingannato il marito offrendogli una pietra avvolta nelle fasce al posto del figlio. Una volta cresciuto, Zeus chiese consiglio alla Titanessa Meti che gli suggerì di rivolgersi a sua madre Rea per ottenere l’incarico di coppiere di Crono. Rea acconsentì felicemente alla richiesta del figlio che mescolò alle bevande del padre l’emetico consigliato da Meti. Crono, dopo aver bevuto, vomitò la pietra, unitamente ai fratelli e alle sorelle maggiori di Zeus che gli chiesero di guidarli nella guerra contro i Titani e contro Crono che nel frattempo avevano scelto come loro capo Atlante. La guerra durò dieci anni e la Madre Terra profetizzò la vittoria di Zeus se egli si fosse alleato con coloro che Crono aveva esiliato nel Tartaro. Zeus, allora, uccise la vecchia carceriera del Tartaro e liberò i Ciclopi. I ciclopi premiarono Zeus e i suoi fratelli con le armi per vincere Crono. A Zeus fu data la folgore, Ade ottenne l’elmo per essere invisibile e Poseidone, il tridente. Con queste armi essi vinsero Crono mentre i giganti centimani contribuirono sotto una pioggia di sassi a far scappare il resto dei Titani superstiti. Allora Crono e tutti i Titani sconfitti furono esiliati nelle isole britanniche all’estremo occidente, sotto la sorveglianza dei giganti centimani. Alle Titanesse fu risparmiata la vita per intercessione di Meti e di Rea mentre Atlante fu condannato a reggere sulle spalle il peso di tutto il cielo.

Canova e l'Antico | Wall Street International Magazine
Sala della Meridiana, presso il Museo Archeologico di Napoli.

Nella parte superiore del globo farnesiano, dove si trova l’emisfero boreale, non sono leggibili bene le costellazioni a causa del deterioramento del marmo. La parte inferiore, quella dell’emisfero australe o antartico che poggia sulle spalle dell’Atlante, è stata posta qui perché non si conoscevano le costellazioni di questa parte di cielo. Dopo Eudosso e Arato ci fu la redazione da parte di Ipparco di Nicea di un catalogo con la descrizione di 1080 stelle e, successivamente, con Tolomeo venne creato l’Almagesto, catalogo stellare dal nome arabo datato 140 d.C. e dedicato all’imperatore Antonino Pio. Sotto Antonino l’iconografia dell’Atlante si riveste di un ulteriore significato: l’Atlante è come l’imperatore, egli sostiene il peso della volta celeste così come questo l’impero. L’Atlante Farnese è attualmente visibile nella Sala della Meridiana del Museo, così chiamata per la presenza di una meridiana tracciata nel 1790 da Giuseppe Cassella.

Alessia Amato per L’isola di Omero

Èfeso: il sito archeologico più importante dell’Asia Minore

Èfeso è uno dei più grandi siti archeologici d’Asia, collocato nell’attuale Turchia approssimativamente fra le città di Smirne e Aydin. Importante e ricco centro commerciale, dal 29 a.C. divenne la capitale della provincia romana di Asia. Tra i resti della città sono famosi quelli del Teatro, del piccolo tempio di Adriano, della Biblioteca di Celso e dei numerosi stabilimenti di bagni pubblici. Ridotte a una singola colonna sono invece le testimonianze di quello che fu il più celebre monumento di Efeso, e secondo Pausania il più grande edificio del mondo antico: il Tempio di Artemide.

Vista del sito archeologico.

Cosa si può ammirare nel sito archeologico di Èfeso?

  • Terme di Vario.  Il primo l’edificio che s’incontrava durante l’ingresso in città.
  • Agorà superiore (Agorà civile). Con una pianta di 160 x 58 metri e circondata da importanti edifici politici. Il lato nord prevedeva una basilica e un edificio a tre navate dedicato ad Artemide, Augusto e Tiberio. A nord di questa basilica vi era un temenos con due tempietti dedicati a Roma e Cesare. Nella piazza fu costruito un tempietto dedicato al culto di Augusto. 
  • Acquedotto. Nella parte settentrionale del sito si intravedono sul suolo (alcune interrate, altre in superficie e altre ancora rotte) i resti dell’acquedotto costruito in terracotta che serviva l’intera città. Nei pressi dell’agorà superiore, a meno che siano state rimosse o riutilizzate, si può vedere un enorme ammasso di elementi che un tempo facevano parte del complesso sistema. 
  • Odeon (Teatro piccolo). Questo teatro minore era in grado di ospitare fino a circa 5.000 persone. A differenza del teatro maggiore, questo non veniva usato per spettacoli, bensì per riunioni. 
File:Odeón - Éfeso.jpg - Wikipedia
Odeon a Èfeso-
  • Asclepion. L’ospedale cittadino. Il serpente, simbolo dei dottori, è scolpito sulla pietra. 
  • Tempio di Domiziano. Eretto dallo stesso Domiziano ma successivamente distrutto dopo la sua morte. 
  • Fontana di Pollio
  • Monumento di Memmio
monumento di memmio | 5 Continenti in tasca
Monumento di Memmio.
  • Fontana di Traiano. Con l’imponente statua dell’omonimo imperatore e la scritta che recita: “L’ho conquistato tutto, ora il mondo è ai miei piedi“. 
  • Latrina degli uomini. Struttura rettangolare con sedili in marmo scolpiti per far sedere comodamente gli ospiti. 
  • Tempio di Adriano. Scolpito in stile corinzio e ricoperto di splendidi fregi. 
  • Case terrazzate (Yamaç Evleri). Bellissime case nobiliari attualmente in ristrutturazione. Le pareti sono piene di meravigliosi affreschi e mosaici. Per visitarli è necessario acquistare un secondo biglietto ad esse dedicato. 
  • Biblioteca di Celso. Uno dei simboli del sito. La facciata è stata interamente ricostruita recuperando anche le statue che l’adornano impreziosendola. Un tempo, con le sue circa 12.000 pergamene, era la terza biblioteca più grande del mondo, dopo quella di Alessandria d’Egitto e Pergamo
La Biblioteca di Celso - Efeso
Facciata della Biblioteca di Celso.
  • Agorà inferiore (Agorà commerciale). Un’area di 110 m² circondata di colonnati e dedicato al mercato tessile e alimentare. 
  • Teatro Grande. Mastodontica costruzione eretto dai romani nel primo secolo d.C. capace di ospitare fino a 25.000 persone. 
  • Via del Porto (Via Arcadia). Costruita dall’imperatore bizantino Arcadio, era la strada più elegante della città, con due file di colonne e lampade. Il sistema di fognature scorreva li fino al mare. C’è una colonna più alta di tutte le altre a simboleggiare dove un tempo iniziava il mare. 
  • Ginnasio di Vedio. Risalente al II secolo d.C. e dotato di palestre, piste di atletica, piscine, terme e latrine. 
  • Stadio. Risalente al II secolo d.C. e depredato delle sue pietre dai bizantini per costruire il castello sulla collina di Ayasuluk a Selçuk. 

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Le 12 fatiche: Eracle e la liberazione dalla vendetta di Era

Le 12 fatiche di Eracle sono delle storie che fanno parte della mitologia greca: si ipotizza che siano state unite in un unico racconto chiamato L’Eracleia da Pisandro di Rodi, intorno al 600 a.C. Esse raccolgono tutte quelle imprese che l’eroe ha dovuto compiere per espiare il peccato di aver sterminato la sua famiglia durante un attacco d’ira. 

Eracle è una figura molto importante all’interno del corpus mitologico dell’Antica Grecia.

L’eroe era figlio della regina Alcmena e Zeus, il padre degli Dei. In realtà Alcmena era sposata con il re Anfitrione, ma pur di giacere con la donna Zeus prese le sembianze del marito e la sedusse.

Dall’unione tra il dio e Alcmena nacque Eracle, che però incorse nell’odio di Era, madre degli Dei e sposa di Zeus, che vedeva nel bambino la prova dell’infedeltà di suo marito; per questo, nonostante una forza prodigiosa, Eracle non ebbe una vita facile, dal momento che Era lo odiava profondamente! Proprio da un crudele dispetto di Era ebbe origine l’impresa delle Dodici Fatiche di Eracle.

LE 12 FATICHE DI ERCOLE: IL VIAGGIO DELL'ANIMA - Sentiero astrologico

Un giorno infatti la dea fece cogliere il forzuto eroe da un attacco di follia e questi, in un raptus di pazzia rabbiosa, uccise moglie e figli.  Una volta riacquistato il senno, Eracle si disperò e decise di recarsi dall’Oracolo di Delfi dove la Pizia, la sacerdotessa che parlava per bocca delle divinità, gli avrebbe rivelato un modo per espiare il suo terribile peccato.

L’oracolo comandò così all’uomo di mettersi al servizio del re di Tirinto e Micene, Euristeo, un uomo avido ma non molto intelligente che spinse Eracle a 12 pericolosissime imprese, le famose “12 fatiche di Eracle”.

L’eroe uscì vittorioso da tutte le sue imprese e riuscì finalmente a liberarsi dalla vendetta di Era e dai suoi rimorsi.

Quali sono le 12 Fatiche di Ercole? - Focus Junior

Quali sono le 12 fatiche?

1 – Uccisione del leone di Nemea. Come prima impresa Eracle dovette affrontare un gigantesco e famelico leone che terrorizzava gli abitanti di Micene e Nemea.

2 – Uccisione dell’idra di Lerna, un mostro a metà tra un drago e un serpente che, oltre ad essere velenosissimo, aveva nove testa e, ogni volta che ne veniva tagliata una, al suo posto ne ricrescevano due! 

3 – Cattura della cerva di Cerinea, che era più veloce delle frecce che Eracle le scagliava.

4 – Cattura del cinghiale del monte Erimanto, che distruggeva i campi della zona.

5 – Pulizia delle stalle di Augia, re dell’Elide (nel Peloponneso). Le stalle erano stracolme del letame e ciononostante il bestiame si era moltiplicato. Per ripulire il tutto in un solo giorno, Eracle decise, addirittura, di deviare i fiumi Alfeo e Peneo e farli scorrere nelle stalle.

6 – Uccisione degli uccelli del lago Stinfalo, che mangiavano carne umana (rappresentata nel mosaico sottostante).

Uccelli del lago Stinfalo - Wikipedia

7 – Cattura del toro di Creta. Esso era stato reso furioso da Poseidone perché Minosse non glielo aveva sacrificato come promesso. Ercole lo catturò vivo e lo portò ad Atene.

8 – Cattura delle giumente di Diomede il re di Tracia. Tali cavalle si nutrivano di carne umana. 

9 – Conquista della cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni, le donne guerriere.

10 – Cattura dei buoi di Gerione, una creatura che sopra le due gambe portava tre busti, con tre teste e sei braccia.

11 – Conquista dei pomi d’oro del giardino delle ninfe Esperidi. La prova consisteva nel riportare a Micene tre mele (o pomi) d’oro provenienti dal leggendario Giardino delle Esperidi, le tre Ninfe che custodivano il luogo sacro.

12- Cattura del cane Cerbero, il cane a tre teste che stava a guardia del mondo degli inferi. Ercacle allora si recò da Ade, il dio dell’Oltretomba, che gli diede il permesso di prendere Cerbero a patto di riuscire a domarlo senza l’uso delle armi.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Il vaso di Pandora: il simbolo mitologico di tutti i mali del mondo

Nella cultura di massa l’espressione ‘vaso di Pandora’ viene usata come una metafora, per riferirsi all’improvvisa scoperta di un problema o di un male nascosto che una volta emerso non è più possibile celare.

Ne “Le opere e i giorni”, un poema dello scrittore Esiodo, si narra che Zeus donò a Pandora un vaso contenente tutti i mali del mondo, con la raccomandazione di custodirlo e di non aprirlo per nessuna ragione.

Ma la sua forte curiosità la spinse a dischiuderlo, e da quel momento tutti i mali si diffusero sull’umanità; in fondo al vaso rimase solo la “speranza”. Da qui deriverebbe anche il detto ‘La speranza è l’ultima a morire’.

Vari sono i miti che narrano l’episodio del vaso di Pandora, ma il suo significato simbolico rimane sempre lo stesso.

Pandora e il vaso

Il mito

Zeus, capo degli dei, in seguito alla spartizione delle carni di un bue sacrificato, donato ai mortali invece che agli dei, decide di togliere agli uomini le loro sorgenti di vita, tra cui il fuoco, condannandoli al duro lavoro e al sacrificio.

Il titano Prometeo, un eroe che possiede il coraggio e l’abilità di sfidare gli dei, ruba con l’inganno il fuoco (simbolo di conoscenza) a Zeus per donarlo all’umanità, in modo da rendere gli esseri umani più responsabili e indipendenti rispetto agli dei, i quali erano considerati tiranni capricciosi.

Così Zeus, scoperta la colpevolezza di Prometeo lo punisce, lo incatena ad una rupe, con lacci inestricabili, e dispone che ogni giorno un’aquila gli divori il fegato, che poi ricresce.

Prometeo viene torturato

Per punire gli uomini invece, ordina ad Efesto di dar vita a una figura simile esteticamente alle dee immortali. La creatura viene resa bellissima da Afrodite, Era le insegna le arti manuali ed Apollo la musica, e oltretutto possiede ogni sorta di virtù, tra cui astuzia e curiosità; ma allo stesso tempo viene creata con un’indole ingannatrice.

Il suo nome è Pandora, cioè colei che tutti gli dei hanno portato in dono, e rappresenta l’archetipo di tutte le donne. Infatti, nonostante nei testi greci non ci sia un’esplicita menzione, si narra che nel mondo primordiale l’umanità fosse formata solo da maschi.


Successivamente Ermes viene incaricato da Zeus di condurla da Epimeteo, fratello di Prometeo, insieme al dono di un vaso.

Egli cade nella trappola architettata dagli dei, si lascia sedurre, ignorando le raccomandazioni del fratello di non accettare nessun regalo da Zeus, e la sposa. Si accorgerà poi dell’inganno quando sarà troppo tardi.

Pandora, infatti, non resistendo più alla curiosità, apre il vaso; in quel momento, ogni sorta di doloroso affanno (vecchiaia, gelosia, vizi, menzogna, odio, malattia) si riversa sul genere umano , condannandolo ad una vita di sofferenze.

Ma la speranza, rimasta precedentemente sul fondo del vaso, alla fine esce.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Romolo e Remo: l’appassionante leggenda della nascita di Roma

Romolo e Remo sono, nella tradizione mitologica romana, due fratelli gemelli, uno dei quali, Romolo, fu il fondatore della città di Roma e suo primo re.

Romolo nacque nella città di Alba Longa sulle pendici del monte Albano, dove si pensa si sia stanziata la stirpe di Enea dopo la caduta di Troia. Dopo 400 anni dalla fondazione di Alba Longa, la morte del suo re Proca provocò una violenta contesa tra i suoi due figli Numitore e Amulio per il diritto di successione al trono.

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Nella cartina si può notare la posizione geografica di Alba Longa.

Il secondogenito Amulio usurpò il trono al fratello Numitore e lo scacciò. Per evitare ulteriori rivendicazioni dinastiche, Amulio costrinse la figlia di Numitore, Rea Silvia, a diventare una vergine vestale al fine di impedire la nascita di nuovi contendenti al trono. Nonostante la regola che obbligava una vestale alla castità, Rea Silvia generò due gemelli, Romolo e Remo, la cui paternità viene attribuita dalla leggenda al dio Marte.

Il re Amulio non esitò a condannare a morte i due neonati per affogamento nel vicino fiume Tevere e incaricò alcuni suoi servi di eseguire la condanna. Tuttavia, una improvvisa inondazione impedì ai servi di portare a termine la missione e i gemelli rimasero abbandonati nella zona paludosa del Fico Ruminale, sulle pendici del Palatino, davanti al colle Campidoglio.

Un pastore di passaggio sul posto trovò la cesta dei due gemelli e li adottò come propri figli. Saranno allevati da sua moglie, il cui soprannome è “lupa”. Del resto la “lupa” è il totem della città fin dalla sua fondazione.

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Il totem della lupa con Romolo e Remo che allattano.

La vita pastorizia è molto dura, le razzie e i furti di bestiame sono molto frequenti e l’ambiente è poco adatto a due bambini. Romolo e Remo crescono forgiati dalle lotte e dal duro lavoro. Divenuti adulti si ergono come guerrieri a protezione della comunità locale.

Il destino si compie con il rapimento di Remo ad opera delle bande di razziatori. Remo viene condotto dinnanzi allo zio Amulio e quindi condannato a morte. Radunati i pastori, Romolo riusce a liberare il fratello e a uccidere il re Amulio. Un intervento che ufficializza la nascente potenza della comunità di Romolo e Remo sui villaggi circostanti.

I successi e la notorietà di Romolo e Remo li induce a trasformare la comunità di pastori in una vera e propria città. Purtroppo la scelta del colle su cui fondare la città o un diverbio tra i due si conclude con un violento litigio e con l’uccisione di Remo per mano del fratello Romolo.

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La raffigurazione della lotta tra Romolo e Remo.

La città di Roma venne così fondata sul colle Palatino. Romolo tracciò il solco secondo le comuni usanze e definì i confini alle pendici del colle. Lo stesso Romolo assunse il governo della nuova città come primo re di Roma. La legenda indicò una data ben precisa della fondazione, ovvero il 21 aprile del 753 a.C. Dal quel momento in poi saranno scritte delle intense pagine di storia che la faranno rimanere grandiosa anche dopo la caduta dell’Impero.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Scudo con testa di Medusa – Caravaggio: la ragione che prevale sui sensi

Al primo piano della Galleria degli Uffizi di Firenze, nella Sala Caravaggio, è presente il celebre Scudo con testa di Medusa di Michelangelo Merisi. Essa fu realizzata tra il 1592 e il 1600.

Si tratta di un dipinto ad olio 60 x 55 cm su una tavola rivestita in tela. Fu un opera realizzata a Roma per il mecenate cardinale Del Monte, che la regalò a Ferdinando de’Medici.

Venne dedicata a Medusa, il famoso personaggio della mitologia greca che consumò una notte d’amore con Poseidone nel tempio di Atena, provocando proprio l’ira della dea. Quest’ultima, offesa, tramutò i capelli di Medusa in serpenti e fece sì che chiunque le guardasse gli occhi venisse tramutato in pietra.

Immagine correlata
Scudo con testa di Medusa – Caravaggio.

Nel dipinto la figura è stata ripresa pochi secondi dopo che la testa fosse stata recisa di netto dalla spada di Perseo. È un’immagine senza tempo. La smorfia di orrore, nel suo realismo e nella sua forza espressiva, è davvero impressionante.

I muscoli sono contratti nell’ultimo istante di vita. Gli occhi atterriti e rigonfi, la bocca spalancata in un grido. I serpenti sul capo partecipano alla drammaticità della scena agitandosi e contorcendosi.

L’opera nasce come scudo da parata. Il volto stravolto di Medusa, comune per gli scudi delle armature del XVI e XVI sec. come simbolo della vittoria della ragione sui sensi, suscitò subito ammirazione e stupore ispirando vari componimenti poetici come quello di Gaspare Murtola nel 1603:

”Fuggi che se stupore agli occhi in petra, ti cangerò anche in petra”.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero