Archivi categoria: letteratura

LOLITA DI NABOKOV: IL ROMANZO RAFFINATO CHE NON È PER TUTTI

E se foste stati voi uno di quegli editori che non volle pubblicare Lolita?

Avreste preso bene il successo che poi ha avuto il romanzo?

Lolita è un romanzo di Vladimir Vladimirovič Nabokov scritto in inglese, pubblicato inizialmente a Parigi nel 1955 e dieci anni più tardi tradotto in russo dallo stesso autore. La prima edizione in italiano risale al ’59.

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Il romanzo parla della scabrosa relazione tra un uomo di trentasette anni e una bambina; e per questo fu rifiutato da quattro editori americani. Ma al di là della provocazione che l’autore offre proponendo il tema della pedofilia, egli non scende mai nei dettagli; non gli interessa parlare di sesso o dell’atto sessuale in sé. Nabokov lascia spazio all’immaginazione e indaga psicologicamente sul motivo per cui il professore di letteratura Humbert Humbert è preda dell’attrazione per una ninfetta, ovvero di una piccolissima donna che dimostra di più della sua età reale.

L‘età è infatti un elemento centrale del libro. La fase di crescita della fanciulla che racconta lo scrittore russo è delicata quanto la tematica principale del racconto. Quest’ultimo assume una forma dai contorni ancora più fragili quando il tutto si intreccia con un altro tema bollente, l’incesto. L’uomo infatti, dopo essere arrivato in America dall’Europa, sposerà una donna che è la madre della bambina con cui egli avrà successivamente una relazione.

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Schermata iniziale del film Lolita (1962) diretto da Stanley Kubrick.

Lolita è il soprannome che l’uomo dà in privato alla ragazzina. Il termine «lolita» – complice anche la trasposizione cinematografica di Stanley Kubrick – fece subito sensazione: entrò nella cultura di massa e nel linguaggio prendendo a significare ovunque, per antonomasia, una diabolica ninfetta, piccola seduttrice, non si sa fino a qual grado inconsapevole; o anche una giovanissima sessualmente precoce o comunque attraente.

Mai come in questo caso Eros e Thanatos viaggiano a braccetto. Del resto come affermò Sigmund Freud è stata la letteratura a scoprire l’inconscio prima della psicanalisi. La letteratura russa in particolare scava dentro i personaggi con una prepotenza e una brutalità tale da far rimanere impotenti i lettori che si immedesimano nei personaggi.

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Immagine di un secondo film su Lolita del 1997 diretto da Adrian Lyne.

Ogni elemento della narrazione non è messo a caso, ma anticipa un avvenimento futuro, come per esempio la comparsa dei cani e il riferimento al mondo degli animali. Sono piccoli grandi simboli che fanno da cornice al racconto anche i rimandi all’arte e alla letteratura francese, sicuramente mai autoreferenziali e celebrativi, ma che talvolta fanno parte di un discorso oppure sono usati come exempla.

Nabokov non ha bisogno di dimostrare nulla, è consapevole della sua sensibilità, del suo talento e gioca con le parole mischiando termini latini con quelli francesi o americani. Tanto è vero che a volte Lolita viene chiamate Venus, con chiaro rimando all’arte.


È un romanzo che non si esaurisce nel proprio tempo, ma nonostante ciò una certa soggezione colpisce tutt’ora molti possibili lettori, come quei quattro editori americani che rifiutarono questo capolavoro.

Sicuramente Lolita non è un romanzo per tutti, ma non per la sua complessità, bensì perché non tutte le persone si pongono con quella elasticità mentale tale da andare oltre i fatti e di cogliere con intelligenza le provocazioni che oscurano il significato nascosto del romanzo.

E tu cosa ne pensi?

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

I MISERABILI DI VICTOR HUGO📚: DEVE PREVALERE LA GIUSTIZIA O IL PERDONO?

I Miserabili è il titolo di un romanzo storicoopera monumentale, pubblicato nel 1862 dallo scrittore francese Victor Hugo.

La trama è articolata, avvincente, colma delle grandi vicissitudini storiche che caratterizzarono l’Ottocento francese a cui si aggiungono profonde riflessioni etico-morali sulle vite dei protagonisti.

Possiamo davvero immaginare di aprire questo gigantesco libro, con i suoi cinque tomi, e di poter camminare, pagina dopo pagina, attraverso i giorni che compongono gli anni dal 1815 al 1833: i drammi sociali, le tensioni della Parigi post-Restaurazione, i peccati e la redenzione dei disgraziati usciti miseramente (appunto) dalle guerre napoleoniche, sono davanti a noi come erano davanti a chi visse in quei giorni.   

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Victor Hugo, I miserabili: Jean Valjean, Cosette, Javert - Riassunto -  WeSchool
La Libertà che guida il Popolo (1830), dipinto di Eugène Delacroix. Opera conservata al Louvre di Parigi, che racconta la capitale francese proprio al tempo in cui è ambientato il romanzo di Hugo

La trama:

Jean Valjean è il nome del protagonista del romanzo, un ex forzato che si pente del proprio delinquere, grazie all’intervento di un vescovo che lo indurrà verso il concetto di bontà. Per tutto il resto della sua vita da uomo libero cercherà da una parte di sfuggire alla giustizia che lo cerca a causa un ultimo reato commesso; dall’altra di redimersi compiendo solo azioni buone. In quest’ottica incontrerà una ragazzina orfana che cercherà di aiutare, e che diventerà per lui come una figlia o una nipote. Il suo nome è Cosette.

Hugo narra una storia ordinaria per raccontare la Storia della Francia con la S maiuscola. Dedicherà spazio ai salotti, gli ambienti di Parigi, tra cui addirittura una quarantina di pagine alla descrizione delle fogne della capitale.

Un concetto espresso chiaramente dall’autore è il disaccordo nel giudizio negativo riservato dalla società a chi, proprio come il protagonista Jean Valjean, è costretto a delinquere perché deve ”difendersi” dalle avversità della vita. Jean non è una persona cattiva, ma aveva commesso un unico furto proprio perché la sua famiglia moriva di fame.

Dall’altra parte ci sono i personaggi che incarnano la giustizia a tutto tondo; in particolare compare un funzionario di polizia che in tutta la narrazione rincorrerà il protagonista de I miserabili in quanto la sua opinione su di lui è che egli è un criminale, ed in quanto tale deve marcire in galera anche se ha commesso un reato molto piccolo.

Questi tipi di personaggi esprimono il concetto secondo cui la giustizia debba trionfare ancor di più del perdono e della bontà. Voi cosa ne pensate?

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

QUAL È L’ERRORE CHE SI FA LEGGENDO DELITTO E CASTIGO?

Se nominassi il titolo Delitto e castigo, qualcuno farà un sospiro profondo e nella propria mente si formerà l’immagine di un mattone!

Che errore!

Il romanzo di Fëdor Dostoevskij trae ispirazione da un fatto di cronaca: un giovane commette un omicidio perché non si ritiene come gli altri uomini, ma crede di far parte di un’umanità superiore che può qualunque cosa.

La brutta vita che ha fatto Fëdor Dostoevskij | Sapere
Fedor Dostoevskij

In fondo la storia ci racconta che a personaggi, ma esseri umani, come Giulio Cesare e Napoleone pur avendo fatto ammazzare migliaia di uomini e donne, sono state dedicate statue, piazze, libri e studi!

In realtà il tema del romanzo in origine era l’alcolismo, tanto che il libro si sarebbe dovuto chiamare Gli ubriachi. Topic che non è scomparso del tutto ad opera finita.

Il tema centrale però riguarda un giovane povero, solo, anche malato, che si ingegna per ammazzare una vecchia usuraia al fine di derubarla e trascorrere il resto della vita a fare del bene e a vivere degnamente. La faccenda si complica subito, perché anche la sorella dell’anziana signora sarà assassinata, ma per il resto tutto sembra filare liscio come l’olio.

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Non è certamente un giallo! Sappiamo chi è l’assassino e quello che sta a cuore all’autore non è smascherare il colpevole.

Quando Dostoevskij scrive l’opera è lontano anni luce dalle idee giovanili socialiste; ha riscoperto la religione ortodossa, ma soprattutto non attacca le idee che non sostiene più, al contrario le rende chiare e limpide. Pur essendo chiaro il suo pensiero, da spazio anche a quello altrui.

Il finale del romanzo è fin troppo scontato. Del resto, nella realtà Dostoevskij mentre era imprigionato in Siberia riscoprì la fede, e questo evento finisce per condizionare il romanzo. Ma per l’autore la fede è una faccenda complicata perché rende più difficile e non più facili le cose. Infatti tutto il resto della sua produzione letteraria non fa che cercare di rispondere ad una domanda: Chi è Gesù Cristo?

Questo cosa insegna? Molti sostengono che la narrativa sia un piedistallo su cui salire per dare delle lezioni; Ma il suo scopo è, invece, quello di porre le giuste domande.

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Cosimo Guarini per L’isola di Omero

LA FIGURA DI ULISSE NEI SECOLI: DA OMERO A JOYCE

La figura di Ulisse, nella letteratura, è sicuramente rappresentata in modo molto affascinante. Di seguito sono proposte, in sintesi, alcune interpretazioni del personaggio omerico nelle opere di poeti e scrittori come Dante, Foscolo, Pascoli, D’Annunzio e Joyce. 

OMERO:

L’Ulisse di Omero è un personaggio moderno: egocentrico e desideroso di conoscenza, lascia la moglie e la patria. Al contrario di Achille, uomo guidato dalla propria “ira”, istintivo e impulsivo, egli invece è molto astuto, paziente e sa dominare passioni e sentimenti. Usa armi, quale l’arco o la spada, ma raramente le sue vittorie sono frutti di duelli frontali: fa, infatti, spesso ricorso a intuizioni e inganni, e riesce anche a sopportare gli oltraggi subiti dai Proci, cosa inconcepibile per gli eroi dell’Iliade. Infatti mentre quest’ultimo poema celebra i valori incentrati sull’onore, che doveva condurre alla gloria immortale, l’Odissea nasce dal senso pratico della vita caratteristico dei marinai, spesso abili nel commercio e che riescono ad affermarsi in più contesti, sfruttando sempre tutti i mezzi a loro disposizione.

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DANTE:

Nel Medioevo Dante inserisce Ulisse nell’Inferno (canto 26), in particolare nell’VII girone, e definisce il suo viaggio un “folle volo” (v. 125): Ulisse varca infatti le colonne d’Ercole, desideroso e avido di conoscenza, per sapere quali siano i confini del mondo. Alighieri condanna quest’ansia di sapere che cancella i limiti umani: per il poeta, solo la fede e la Teologia posso superare e completare il percorso di conoscenza dell’uomo.

UGO FOSCOLO:

Nel sonetto di Ugo Foscolo A Zacinto l’eroe greco diventa un alter ego del poeta per le sue continue peregrinazioni, che ricordano al poeta il suo destino di esule: Ulisse, per volere degli dei tornerà nell’amata patria, mentre Foscolo, eroe romantico, non godrà mai di questo privilegio. Nei Sepolcri, invece, Foscolo riprende la leggenda riportata da Pausania, secondo cui le armi di Achille, che Ulisse si guadagnò con l’inganno, furono riportate dalla nave naufragata di Ulisse alla tomba di Aiace Telamonio, cui queste erano destinate.

La morte, afferma il poeta, ripartisce le glorie tra i grandi uomini (vv. 220-221: “[…] a’ generosi | giusta di glorie dispensiera è morte”), al di là degli astuti inganni di Ulisse.

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PASCOLI:

Nei Poemi conviviali, più in particolari nella poesia L’ultimo viaggioPascoli ci presenta Ulisse come un eroe stanco, che torna in patria con il solo fine di comprendere il senso dell’esistenza. Approdato presso l’isola di Calipso, Ulisse, tentando di salvarsi dalla nave che, per la forte corrente, è spinta ad infrangersi contro gli scogli, chiede alle Sirene il significato della vita e la stessa Dea gli risponde che per l’uomo è meglio non nascere, poiché è destinato a morire. L’osservazione di Calipso fa così perdere ogni certezza al povero Odisseo, che diventa simbolo della crisi di valori del Decadentismo.

D’ANNUNZIO:

D’Annunzio fa di questo eroe un prototipo del Superuomo, come si nota ne L’incontro di Ulisse, contenuto nel ciclo delle Laudi. Egli viene rappresentato come essere superiore e sdegnoso verso la massa, rappresentata dai suoi compagni di viaggio. Il poeta vorrebbe assomigliargli e cerca, invano, di catturare l’attenzione, finché riceve uno sguardo dall’eroe omerico.

JOYCE:

Nel 1922 James Joyce pubblica il romanzo Ulisse nel 1922, che vede come protagonista Leopold Bloom. Bloom diventa l’emblema del mondo moderno e della modernità, e tutto il romanzo è strutturato come una continua citazione e capovolgimento del modello omerico.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

IL REALISMO MAGICO DI CENT’ANNI DI SOLITUDINE: UN ROMANZO CHE È UN LOOP


Pubblicato nel 1967, Cent’anni di solitudine è il capolavoro di Gabriel Garcia Marquez, premio Nobel per la letteratura ed indiscusso esponente del realismo magico.

Gabriel Garcia Màrquez | asinochinonlegge


Cent’anni di solitudine è una saga famigliare nella quale si racconta la storia della famiglia Buendìa attraverso sette generazioni di uomini e di donne che si tramandano nomi, caratteri e peculiarità.
Il romanzo è ambientato a Macondo, un luogo immaginario collocato nell’entroterra della Colombia e narra le vicende seguendo la vita delle varie generazioni, segnata dalla superstizione e oppressa dalla paura di subirne le sorti.
Le storie che si alternano nel libro sono quelle di persone che vivono isolate in questo villaggio, sospeso in un luogo e in un tempo non identificabili. Gli abitanti del villaggio hanno rapporti solo tra di loro, tutti si conoscono e un filo invisibile seppur tangibile lega i vari personaggi: i nipoti, infatti, non hanno solo il nome dei loro nonni, ma anche lo stesso carattere, lo stesso istinto e modo di reagire.

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Per quanto inventata, la storia di questa famiglia affonda le radici nei racconti dell’infanzia dello scrittore e si intreccia con la storia colombiana dal 1600 fino al ‘900 inoltrato. Quindi ciò che racconta Marquez è senza dubbio una storia a metà tra reale e invenzione, filtrata da una fantasia fiabesca che permette altresì l’assottigliarsi del confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti.


Cent’anni di solitudine è un loop: ricorda la storia del re che chiede alla serva di raccontargli una storia, con la serva che comincia a raccontare di un re che chiede alla serva di raccontargli una storia, all’infinito. Qui, però, l’infinito lascia il posto alla fine, “perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

GUERRA E PACE DI TOLSTOJ: IL ROMANZO REALISTA DIVENTATO EPICO

Il romanzo scritto tra il 1863 e il 1869 riguarda principalmente la storia di due famiglie, i Bolkonskij e i Rostov, nel periodo delle guerre napoleoniche e in particolare durante la campagna di Russia.

Parliamo, dunque, di un lasso di tempo che va dal 1805 al 1820. Le ambientazioni interessate sono le città di Mosca e San Pietroburgo, oltre ai luoghi di battaglia nei centri non abitati; nello specifico i paesaggi con presenza di corsi d’acqua.

Un libro lungo, come spesso accade con i lavori di Tolstoj, dalle mille alle milleseicento pagine in base alle edizioni. I personaggi che si susseguono (inventati o realmente esistiti) sono moltissimi; ne sono contati circa cinquecento, tra comparse e personaggi principali. Tra questi ci sono, ovviamente, Napoleone Bonaparte e lo zar di Russia Alessandro I.

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Guerra e Pace arriva ai giorni nostri come un classico della letteratura mondiale e russa, e viene così rivestito da un’aura epica che ne aumenta il blasone e il mito. Ma non è proprio così, perché Tolstoj basa la propria narrazione a fatti realmente accaduti e quindi, in termini tecnici, non c’è proprio nulla di epico!

Non appena pubblicato, il romanzo fu stroncato da alcuni critici proprio perché era considerato moderno, avendo creato uno stacco con le tradizioni del romanzo classico. In particolare Tolstoj ruppe con alcune soluzioni letterarie come l’unità poetica, l’unità di tempo e di spazio.

Infatti all’interno di Guerra e Pace vi è un intervento molto forte dell’autore. Spesso la vicenda viene interrotta perché egli pone un commento. Non parliamo di un commento implicito, come nella descrizione dei personaggi o altri fattori; parliamo di veri e propri capitoli che interrompono la narrazione dei fatti.

Guerra e Pace, romanzo magister vitae - Ticinolive
Guerra e Pace è stato rappresentato varie volte anche sotto forma di Film. L’immagine riguarda una pellicola omonima uscita nel 2007 sotto la regia di Robert Dornhelm.

Questo perché tutto il racconto si basa sulla dicotomia che da il titolo al libro. Quest’ultima non è solo la contrapposizione ovvia tra lo scontro bellico che ha fatto la storia da un lato, e la serenità delle famiglie dell’aristocrazia russa dall’altro.

La guerra viene raccontata anche come una sorpresa; una sorta di dietro le quinte in cui i protagonisti non sono i protagonisti del romanzo, ma sono i personaggi storici realmente esistiti. Tra questi, i generali che hanno pianificato le operazioni belliche sono ritratti da Tolstoj in modo impietoso, come degli incapaci abili solo ad alimentare caos.

La pace, invece, va interpretata come l’utilizzo nel romanzo di personaggi tipici della letteratura russa dell’Ottocento; il ritratto perfetto della una società dei salotti del tempo. Insomma, quello che i lettori dello scrittore si aspettavano nel cuore dell’Ottocento.

Ogni parte del romanzo è un continuo gioco di specchi, tutto è sdoppiato. Dunque quando si parla di Guerra e Pace non si parla di bene e male, ma di due realtà letterarie completamente differenti che possono coesistere.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

ANNA KARENINA: IL SENSO DI COLPA COME OSTACOLO ALLA FELICITÁ

Approcciarsi ad un libro di 887 pagine non è mai troppo facile. E non è facile soprattutto quando il romanzo in questione è uno dei più grandi classici della letteratura mondiale. Anna Karenina di Lev Tolstoj rappresenta uno dei pilastri della nostra cultura. Una delle più grandi storie d’amore ambientate in Russia del 1875-77, nata in una delle classi sociali più alte e prestigiose dove tutto si può senza dirlo.

Anna Karenina è una donna altolocata che trascorre la propria vita dividendosi tra il figlio Serjoza, il marito e gli eventi mondani di San Pietroburgo. Appartiene a quella élite che conta e che vive di frivolezze ed è felice. Almeno fino a quando non incontra il conte Vronskij innamorandosene perdutamente. Abbandona, dunque, suo marito per vivere alla luce del sole questa passione nonostante il peso che le grava addosso.

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Tolstoj racconta, parallelamente, a quella di Anna e Vronskij le storie di altri personaggi che compaiono nel corso della narrazione come quella di Kitty e Levin, due giovani sposi i quali – al contrario dei due protagonisti – ottengono ciò che desiderano: vivere una vita tranquilla fatta di cose semplici e reali. La vita di Anna con Vronskij non diventerà mai reale ma sarà segnata per sempre dal peccato della donna: non tanto l’adulterio commesso nei confronti del marito, quanto l’averlo reso noto alla società abbandonando il tetto coniugale e scegliendo di vivere la propria vita con l’uomo che ama veramente. Il rifiuto del marito di accordarle il divorzio e di permetterle di vedere il figlio tanto amato, rende il rapporto tra Anna e Vronskij complicato ed infelice in cui la donna non riesce a trovare la pace.

Tolstoj considerava questo libro il suo primo vero romanzo: un capolavoro di realismo. Si sarebbe ispirato al poeta russo Aleksandr Sergeevic Puskin e ad avvenimenti della sua vita reale, come ad esempio l’amante del suo vicino di casa Bibikov. Nel 1887 Tolstoj afferma di aver immaginato “un nudo gomito femminile di un elegante braccio aristocratico” e, da quel momento ne fu così perseguitato, da doverne creare un’incarnazione. Il romanzo, avendo un occhio critico verso l’aristocrazia del tempo, scatenò inevitabilmente una reazione da parte della critica russa che definì il romanzo fin dalla sua prima apparizione “un romanzo frivolo dell’alta società”.

Biografia di Lev Tolstoj
Ritratto di Lev Tolstoj (Nascita: 9 settembre 1828, Jasnaja Poljana, Yasnaya Polyana, Russia
Morte: 20 novembre 1910, Lev Tolstoj, Russia).

Nonostante le critiche, l’opera ottenne un grande successo in Russia. In essa ritroviamo una delle costanti di molti personaggi di Tolstoj: la scoperta di quanto la vita sia preziosa nella sua semplicità. Questa presa di coscienza viene narrata nella sua possibilità ed impossibilità confrontando Anna e Kitty: la giovane sposa realizza il suo sogno di prendere marito e condurre un’esistenza serena in campagna mentre, Anna, vive un amore tormentato che non riesce a realizzare appieno. Il peccato commesso si trasforma in un ostacolo che le impedisce di essere felice.

Il suo destino è tristemente noto. Un finale che trasforma Anna in vittima. Vittima di un matrimonio senza amore, vittima delle convenzioni imposte dalla società e vittima di un legame che non riesce a trasformare in un rapporto solido e maturo.

Alessia Amato per L’isola di Omero

L’AMORE AI TEMPI DEL COLERA, G. G. MÁRQUEZ: IL FASCINO DELLA DELUSIONE AMOROSA

El amor en los tiempos del cólera è un romanzo dello scrittore colombiano Gabriel García MárquezPremio Nobel per la letteratura pubblicato nel 1985 in lingua spagnola.

Intento dell’autore durante la lavorazione era “scrivere un romanzo del XIX secolo come si scriveva nel XIX secolo”.

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Márquez racconta un amore che sfida gli eventi ed il tempo. Dopo 51 anni, nove mesi e 4 giorni Florentino, il protagonista, si presenta davanti alla sua amata, Fermina, per dichiararle il suo amore.

I due si erano conosciuti da giovanissimi, quando lui aveva 18 anni e lavorava come telegrafista, e lei ne aveva 13. Il loro sarà un rapporto epistolare svolto di nascosto dal padre della ragazza. Quando quest’ultimo verrà a conoscenza del rapporto che dura già da mesi, affronterà il giovane e sposterà la figlia in un’altra scuola, in modo da farle frequentare un ambiente differente in un’altra città. Il padre della giovane donna non approverà mai questo amore che sta nascendo.

Quando Fermina tornerà a casa farà finta che Florentino non sia mai esistito. Per lei il loro rapporto non è più lo stesso. A questo punto l’uomo, ancora innamorato, viene colto da una delusione perché non riesce a spiegarsi come mai ciò possa esser avvenuto.

Gabriel García Márquez - Wikiwand
Gabriel José de la Concordia García Márquez (Aracataca, 6 marzo 1927 – Città del Messico, 17 aprile 2014).

È inspiegabile in effetti pensare a come un amore passionale si sia raffreddato in un battito di ciglia. È un aspetto che lascia perplessi.

Bisogna considerare però che il romanzo è ambientato nei Caraibi del XIX sec. In questo contesto il ruolo della donna era sicuramente subalterno a quello dell’uomo. La volontà di Fermina non si era semplicemente allineata a quella del padre, ma era diventata la medesima.

Come ogni grande storia d’amore, però, il sentimento puro vince su tutto. Esso va oltre le persone, oltre il tempo, oltre cose.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il Battistero di Parma: la rappresentazione esemplare del passaggio tra due stili

Nei pressi di Piazza Duomo, vicino alla Cattedrale di Santa Maria Assunta, sorge il Battistero di Parma, o Battistero di San Giovanni.

Le origini:

La struttura fu realizzata a partire dal 1196 da Benedetto Antelami, un architetto lombardo, come si evince dall’architrave del Portale Nord, dove egli stesso firmò la data di inizio dei lavori; essi terminarono presumibilmente intorno al 1270, in seguito alla consacrazione del Battistero. Altri dettagli, come i pinnacoli e alcuni archetti, videro la luce nei prima anni del 1300.

L’edificio è un misto di architettura gotica e romanica, rappresentando in modo esemplare il passaggio tra i due stili .

L’esterno:

Il Battistero ha una forma ottagonale, che simboleggia l’eternità. L’esterno è stato costruito in marmo rosa di Verona, e la superficie è decorata con uno schema molto articolato, fatto di pieni e vuoti che ritmano un effetto chiaroscurale.

La struttura è molto sviluppata in altezza, quasi come fosse una torre.

Piazza Duomo e il Battistero

I portali sono decorati da vari rilievi, tra i quali spiccano le lunette probabilmente create dallo stesso Antelami. Esse rappresentano l’Adorazione dei Magi, il Giudizio Universale e la Leggenda di Barlaam, tutti riconducibili alla salvezza mediante il battesimo, mentre all’interno le lunette degli stessi portali presentano altri episodi biblici, quali la Fuga in Egitto, la Presentazione al Tempio e Re Davide che suona l’arpa.

Al livello inferiore troviamo lo Zooforo, una serie di settantacinque formelle scolpite a bassorilievo dallo stesso architetto.

L’interno e la Cupola:

L’interno del Battistero.

All’interno l’edificio presenta presenta 16 arcate che vanno a formare delle nicchie, ognuna delle quali contiene un affresco dipinto tra il XIII ed il XIV, mentre la cupola rappresenta la parte più rilevante e costituisce un peculiare esempio di cupola ad ombrello: dall’apice nella chiave di volta si diramano sedici nervature disposte a raggiera.

La cupola è caratterizzata da cinque fasce: nella prima fascia le storie della vita di Abramo, nella seconda la storia di San Giovanni Battista, il Santo a cui è dedicato l’edificio, nella terza Gesù, Maria e San Giovanni Battista circondati da dodici figure di Re e Profeti, nella quarta gli Apostoli e gli Evangelisti, nella quinta le mura della Gerusalemme celeste, ed infine i cieli stellati del Paradiso, rosso come il colore dell’amore eterno.

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La cupola del Battistero.

Il Battistero è dedicato al rito del battesimo, per questo motivo al centro troviamo la doppia fonte battesimale, sempre di forma ottagonale.

Nella nicchia est, invece, è situato l’altare.

All’interno sono anche presenti alcune sculture in altorilievo conosciute come il Ciclo dei Mesi”, poiché rappresentano appunto i mesi e le stagioni dell’anno.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Il Romanticismo in Italia: una nuova libertà tra arte e natura

Il Romanticismo, affermatosi all’inizio dell’Ottocento, si espanse in tutti i campi della cultura ed influenzò profondamente l’arte e la pittura.

Nel 1830, quando il Neoclassicismo stava gradualmente perdendo la propria influenza in tutta Europa, le nuove generazioni di artisti e letterati iniziarono la ricerca di qualcosa di nuovo ed innovativo. Il frutto di questa ricerca fu la delineazione di canoni e di peculiarità letterarie ed
artistiche, le quali, successivamente, portarono alla nascita del Romanticismo.

neoclassicismo - MAM-E
Amore e Psiche di Canova, un emblema del Neoclassicismo in arte.

In precedenza, le caratteristiche che stavano alla base del Neoclassicismo erano: raziocinio, controllo, perfezione geometrica e, soprattutto, imitazione degli antichi, i quali, secondo i neoclassici, avevano già raggiunto l’apice della perfezione con la loro arte.

Il Romanticismo fu l’espressione di una sensibilità nuova e molto diversa da quella che aveva dominato il Neoclassicismo. Se l’artista neoclassico era convinto che la perfezione dell’arte fosse già stata raggiunta dagli antichi, il romantico traeva ispirazione, invece, dal cupo e misterioso
mondo del Medioevo che fino a quel momento era stato considerato un periodo privo di importanza e prettamente negativo.

Il termine deriva proprio dall’aggettivo romance e roman che, nel francese antico e nello spagnolo, designavano le opere scritte nelle lingue romanze. L’aggettivo romantico ha poi assunto il significato di incline al sentimentalismo proprio collegandosi al movimento che nacque nella prima metà dell’Ottocento.

Il bacio di Francesco Hayez: amore e libertà - Arte Svelata
Il bacio di Hayez, emblema del Romanticismo in pittura.

L’arte romantica, infatti, si interessò soprattutto al mondo interiore, ai paesaggi suggestivi, alla dimensione del sogno. I temi più ricorrenti della pittura romantica furono la natura rappresentata nei momenti più insoliti ed emozionanti, le scene di storia nazionale, sia medievale sia
contemporanea, le raffigurazioni di antiche fiabe o racconti particolarmente drammatici.

Ogni paese in cui si manifestarono i lineamenti del Romanticismo sviluppò, a sua volta, delle varianti autonome ed individuali: ad esempio, il Romanticismo in Italia presentava delle caratteristiche fondamentalmente diverse da quello francese, inglese e tedesco.

Nello specifico, con il termine Romanticismo italiano si indicano il pensiero e le opere di una serie di autori attivi in Italia nel periodo tra il Congresso di Vienna e l’Unità d’Italia. Questo movimento nasce in piena continuità con il Romanticismo europeo, esaltandone in particolare i
caratteri patriottici e politici. La corrente romantica europea era una reazione all’arida poetica illuminista per proporre un ritorno ai valori religiosi, sentimentali e patriottici.

Aspetto curioso è che il Romanticismo italiano non condivise il realismo del Romanticismo francese e s’identificò soprattutto con il Risorgimento, il movimento dei patrioti che lottavano per la formazione di uno Stato unitario e indipendente dallo straniero.

Alessia Amato per L’isola di Omero