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LETTERA A UN BAMBINO MAI NATO: i 5 punti che rendono incomparabile il monologo di Oriana Fallaci

Oriana Fallaci (1929-2006), fiorentina, è stata definita “una tra le autrici più lette ed amate”; ha intervistato grandi personaggi e come corrispondente di guerra ha seguito i conflitti più importanti, dal Vietnam al Medio Oriente.

Il suo libro, Lettera a un bambino mai nato, pubblicato nel 1975, è il monologo di una donna che aspetta un figlio e che pensa alla maternità non come ad un dovere ma come ad una scelta responsabile e personale.

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I 5 PUNTI PRINCIPALI

  1. Chi è la protagonista del libro? In occasione della sua uscita la Fallaci ha dichiarato: «Non sono io la donna del libro. Tutt’al più le assomiglio, come può assomigliarle qualsiasi donna del nostro tempo che vive sola, lavora e pensa. Proprio per questo, perché ogni donna potesse riconoscersi in lei, ho evitato di darle un volto, un nome, un indirizzo, un’età.»

2. Come inizia il monologo? Il monologo comincia nell’attimo in cui la donna parla al bambino che è sicura di aspettare: «Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. È stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata». Pagina dopo pagina, la protagonista spiega al bimbo che porta in grembo la realtà del mondo, ostile, violento e disonesto; emergono le sue paure nei confronti della società e della vita in generale.

3. Qual è l’obiettivo del monologo? Attraverso esso la scrittrice interroga la coscienza della protagonista, affrontando l’essenza della figura femminile. Attraversa vari temi e si pone delle domande: Basta volere un figlio per costringerlo alla vita? Il bambino vuole vedere il mondo? Ed è giusto sacrificare una vita già fatta ad una vita che ancora non è?

4. Quale linguaggio predilige l’autrice? La Fallaci, attraverso l’utilizzo di una lingua chiara ed essenziale, fa un’analisi razionale della situazione, senza rinunciare però alla passione. Ciò che fa è alternare il racconto con delle omissioni, per coinvolgere/sconvolgere l’emotività del lettore, che resta attaccato alla prima pagina come all’ultima. Non prende mai posizione ed è questa la sua forza.

5. Come si conclude il libro? La protagonista ritiene che avere un figlio implica crescere con lui, impegnarsi e vivere pienamente il legame unico che si crea. Ma allo stesso tempo subentra la paura, e si pone altri interrogativi: «Come faccio a sapere che non sarebbe giusto buttarti via? […] darei tanto bambino perché tu mi aiutassi con un cenno, un indizio». Alla fine, come si evince già dal titolo del libro, il bimbo sceglie: non verrà mai al mondo, lasciando che il rimorso e l’angoscia portino inconsapevolmente la madre a seguire un destino altrettanto crudele, rinunciare alla propria esistenza. La donna, dopo avere perso per sempre il figlio, si trova ad affrontare in un sogno allucinato, un tribunale, dietro le sbarre di una gabbia, mentre la sua coscienza viene processata. Tra i giudici, i sette protagonisti della sua vita e il figlio, ormai adulto, che quindi può emettere la sua sentenza.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Alberto Moravia, ”La donna leopardo”: una storia di gelosia sicura e tradimento incerto

La donna leopardo è un romanzo che Alberto Moravia (1907-1990) scrisse durante gli ultimi due anni della propria vita. Venne pubblicato dopo la sua morte, nel 1991.

Di questo titolo ne aveva parlato con gli amici fin dai primi mesi di lavoro, come gli era accaduto in altre situazioni simili. Non parlava però del contenuto o del tema del romanzo, e anche questo rientrava nel suo costume. Teneva alla segretezza del propria officina: da buon artigiano, pensava al risultato finale. Ogni procedimento per arrivare al risultato non riteneva fosse interesse oggettivo; riguardava lui solo, la propria tenacia, e la propria fatica di scrittore.

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La donna leopardo è una storia di gelosia profonda che riguarda due coppie: il giornalista Lorenzo, sua moglie Nora, la signora Ada e il marito Flavio Colli. Quest’ultimo è un imprenditore che finanzia il giornale per il quale Lorenzo lavora.

Entrambe le coppie, anche se in modo differente, si mostrano fragili: Colli si avvicina a Nora, che sembra ricambiare; Lorenzo osserva titubante l’evolversi della situazione. Ada ripete più volte d’esser innamorata del marito, ma al contempo propone al giornalista di tradire i rispettivi coniugi ricambiandoli con la stessa moneta ricevuta, ovvero il tradimento; anche se non hanno le prove che questo stia effettivamente avvenendo.

Il tutto verrà aggravato da un viaggio in Africa, in cui i quattro protagonisti si recheranno per motivi di lavoro che riguardano i due uomini. Come si concluderà la vicenda?

Ci sarà un Ménage à quatre?

I motivi di gelosia di Lorenzo e Ada saranno giustificati?

La donna leopardo - Piccolo Teatro
La vicenda de La donna leopardo è stata riportata a teatro in occasione del trentennale dalla morte di Moravia. Nella foto i protagonisti sul palco: Valentina Banci, Olivia Magnani, Daniele Natali e Paolo Sassanelli. Regia di Michela Cescon.

In questo libro la vita è metaforizzata in una immagine di donna la cui felinità e impenetrabilità sono i tratti salienti, e tale femminilità e impenetrabilità trovano completamento nella proiezione di un paesaggio tanto più fascinoso quanto più impenetrabile, l’Africa nera.

I dubbi che assalgono Lorenzo durante le notti del soggiorno africano sono assillanti. Il celato complesso di inferiorità che avverte dal fatto che sua moglie possa averlo tradito con un un suo superiore, non è un aspetto irrilevante. E soprattutto egli si incolpa di aver presentato lui stesso e volutamente la propria coniuge all’imprenditore.

Ma la domanda che il lettore si può porre al termine del libro è se veramente egli sia innamorato della moglie, o se tale gelosia derivi dal fatto di non esser più preso in considerazione da qualcuno. È questo, insomma, un dilemma che va oltre l’opera letteraria e che sicuramente interessa un gran numero di coppie moderne.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Luigi Pirandello: dal Caos nasce il Genio di un grande autore

«Io sono figlio del Caos».

Asseriva spesso così Luigi Pirandello. In realtà, figlio del Caos lo era per davvero. Nato in un bosco denominato Càvusu, nome che gli abitanti di Girgenti (suo paese natale) avevano grossolanamente tradotto dal greco Kaos, egli spiegava così:

«Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’ un altipiano di argille azzurre sul mare africano».

La famiglia era di estrazione borghese e l’autore ebbe sempre un rapporto complesso con i genitori, in particolare con il padre. Questa incomunicabilità lo spinse a ritirarsi in sé stesso e a dedicarsi, per tutta la vita, ad una costante introspezione. Con un animo così sensibile, la passione per la letteratura e per la scrittura non tardarono a manifestarsi. Nel 1886 si iscrisse all’Università di Palermo per, poi, trasferirsi a Roma dove proseguì i suoi studi di filologia romanza. Lo spirito di Pirandello si scontrò presto con quello del rettore che lo costrinse a terminare gli studi a Bonn. La Germania offrì allo scrittore la possibilità di laurearsi con una tesi sulle caratteristiche fonetiche del dialetto della sua Girgenti.

Nel 1894 Pirandello sposò Maria Antonietta Portulano, figlia di un facoltoso socio del padre. Sebbene il matrimonio avesse i connotati più di un accordo finanziario che di una storia d’amore, la passione tra i due sposi scoppiò in poco tempo. Grazie alla dote della moglie, egli visse in una situazione molto agiata che gli permise di ritornare a Roma. Tuttavia, ben presto la situazione economica cambiò negativamente: i coniugi persero tutti i loro averi e la moglie di Pirandello cadde in una profonda crisi psicotica dalla quale non si riprese mai. Solo dopo vari tentativi di convincimento, lo scrittore acconsentì a farla ricoverare in un istituto.

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Luigi Pirandello (Girgenti, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936).

La vita di Pirandello è stata ricca di momenti piacevoli ma anche difficili. Spesso la genialità di un uomo è anche la sua condanna e lui lo sapeva bene. Le sue doti introspettive gli permisero di concepire l’immenso abisso che separa l’identità dall’apparenza, la forma dalla vita. Gli uomini nascono liberi ma il Caso sconvolge le loro esistenze precludendo ogni possibilità di rivalsa. La società ordina all’uomo come comportarsi e, man mano, l’io svanisce e si perde. L’uomo si ritrova così diviso tra regole da rispettare che la tirannia madre impone e la volontà interiore di manifestarsi in modo diametralmente opposto. Solo l’intervento del Caso può liberarlo da questa condizione permettendogli di assumere una nuova forma. Di questa nuova forma, tuttavia, egli ne diventa presto schiavo. Un circolo vizioso ripercorso ne Il fu Mattia Pascal: l’uomo non può capire né se stesso né gli altri perché ognuno vive indossando una maschera dietro la quale si nascondono mille persone diverse.

Queste riflessioni si manifestarono più chiaramente in un altro celebre romanzo; Uno, nessuno e centomila. Qui, l’autore agrigentino, approfondisce il discorso sull’introspezione psicoanalitica: mentre l’uomo si affanna a cercare una propria personalità, tutte quelle che si celano dietro la maschera sono nessuno.

Il merito che riconosciamo a Pirandello, ancora oggi, è quello di aver catturato un’istantanea della società umana piena di ipocrisie e di falsi miti. Nonostante sostenesse una profonda incomunicabilità tra gli uomini, il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura (ricevuto nel 1934) decide di provare la strada del teatro con i Sei personaggi in cerca di autore in cui la fantasia assume il controllo della sua mente presentandogli personaggi che vogliono vivere senza che lui gli cerchi. Il paradosso della vita, insomma, il paradosso di esserci.

Una curiosità in merito a quest’ultimo lavoro: se oggi è l’opera teatrale più nota di Pirandello, il suo esordio non fu proprio un successo. Alla prima, nel teatro Valle di Roma, il pubblico in sala urlò “buffone” e “manicomio” sottolineando quanto poco avesse apprezzato lo spettacolo. Non contento, però, Pirandello salì sul palcoscenico per ricevere gli insulti e venne bombardato da un lancio fitto di monetine che lo portò a scappare verso il taxi inseguito dai contestatori! Per le successive tre serate il teatro rimase quasi vuoto e l’impresario cambiò il titolo in cartellone in Sei personaggi in cerca di pubblico. La società dell’epoca, forse, non era ancora pronta ad accoglierne l’innovazione.

Alessia Amato per L’isola di Omero

Si può viaggiare anche in questo periodo, grazie ai libri

Sono momenti difficili per tutta Italia da quando il Coronavirus ha superato le frontiere europee e dalla Cina è arrivato nel cuore del Vecchio Continente. Giorno dopo giorno il numero dei contagiati aumenta e, purtroppo, anche la cifra di coloro che non ce la fanno.

Il decreto dello scorso 9 marzo 2020 firmato dal premier Giuseppe Conte ha prescritto delle misure restrittive che condizionano la vita di ognuno di noi. Non possiamo frequentare ambienti affollati e la nostra socialità è ridotta all’osso. Ci è consentito solo andare al supermercato mantenendo la distanza di sicurezza di un metro, o entrare uno alla volta dal macellaio e dal panettiere. Niente aperitivi con gli amici, niente circoli ricreativi, palestra o scuola di ballo.

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Come poter passare il tempo a casa?

Non prendiamoci in giro, la TV offre davvero poco al giorno d’oggi ed anche le piattaforme web a pagamento che negli ultimi anni hanno preso piede propongono solitamente sempre gli stessi prodotti.

Il mondo migliore per investire il proprio tempo è la lettura. Ogni singolo libro nasconde dentro di se una storia, una poesia…insomma una vita diversa, tutta da conoscere. Si può liberamente affermare che leggere è come viaggiare: gli amanti delle esperienze, delle differenti culture, della conoscenza in senso lato non potranno che essere d’accordo.

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Leggere è semplice! Trovate un libro che avete a casa, uno di quelli che vi hanno regalato erroneamente per un compleanno anni fa. Sicuramente rimarrete piacevolmente sorpresi anche da quel testo, che per molto tempo avete dimenticato o addirittura pensato di buttare nel cassonetto dell’immondizia.

E non lasciatevi condizionare dal genere! Perché non c’è n’è uno migliore di un altro. Ognuno può riscoprire nelle lettere nere stampate su sfondo bianco un sentimento proprio, unico e solo.

Ovviamente chi legge frequentemente per passione non avrà bisogno di questi consigli e sarà già provvisto di ottimi prodotti letterari. Per chi invece per motivi di tempo non ha potuto approfondire la magnifica essenza della lettura, è possibile ordinare presso i moderni negozi online ciò che si intende leggere. A tal proposito vi consigliamo l’acquisto dell’ultimo libro di Elena Ferrante intitolato La vita bugiarda degli adulti acquistabile cliccando qui.

BUONA LETTURA!

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

La rubrica del borgo. Arquà Petrarca: il luogo che rende omaggio al celebre poeta

Arquà Petrarca è un paesino veneto in provincia di Padova, chiamato così per omaggiare il grande Francesco Petrarca, che visse qui gli ultimi anni della sua esistenza.

Il poeta conobbe il borgo nel 1364 quando per curarsi dalla scabbia si spostò nella vicina Abano Terme, e cinque anni dopo Francesco il Vecchio gli cedette un terreno proprio ad Arquà. Petrarca si trasferì definitivamente in paese nel marzo del 1370. Egli, in un documento che ora è conservato nel Museo Civico di Padova, definì il luogo con la seguente frase:

”Il mio secondo Elicona”.

Lo scrittore compie un’associazione con l’Elicona, il monte della Beozia sacro ad Apollo e simbolo della poesia. Ad avvicinare il grande letterato alla nuova abitazione c’erano sicuramente i silenzi e la natura che lo riportavano alla sua terra natia, la Toscana.

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Raffigurazione di Francesco Petrarca. (Arezzo, 20 luglio 1304 – Arquà, 19 luglio 1374).

Arquà si articola intorno alla centrale piazza Roma, dove si affaccia l’edifico più importante, ovvero il palazzo Contarini. Altra struttura di rilievo è la chiesa arcipretale di Santa Maria Assunta, di poco posteriore all’anno Mille, ampliata e impreziosita da un complesso pittorico dal gusto bizantino fino all’influsso di Giotto: di particolare interesse è la tela di Palma il Giovane, “L’Assunta“.

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Palazzo Contarini ad Arquà.

Al centro del sagrato sorge l’arca in marmo rosso di Verona contenente le spoglie del Petrarca, eretta nel 1370. Nella strada che conduce a valle, al di sotto del sagrato, è presente una fontana con lavatoi detta “del Petrarca”, la cui costruzione è stata attribuita al poeta stesso, anche se la fattura risulta duecentesca.

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Tomba di Petrarca.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il Decameron: la grande opera letteraria da Boccaccio a Pasolini

Il Decameron è una raccolta di cento novelle scritta da Giovanni Boccaccio nel XIV secolo, probabilmente tra il 1349 e il 1351. È considerata una delle opere più importanti della letteratura del Trecento europeo, periodo durante il quale esercitò una vasta influenza sulle opere di altri autori oltre che diventare la capostipite della letteratura in prosa in volgare italiano. 

Boccaccio nel Decameron raffigura l’intera società del tempo, integrando l’ideale di vita aristocratico, basato sull’amor cortese, con i valori della mercatura quali l’intraprendenza e l’astuzia.

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Giovanni Boccaccio (Certaldo o forse Firenze, 16 giugno 1313 – Certaldo, 21 dicembre 1375).

Il libro narra di un gruppo di giovani, sette donne e tre uomini, che per dieci giorni si trattengono fuori da Firenze per sfuggire alla peste nera che in quel periodo imperversava nella città, e che a turno si raccontano delle novelle di taglio spesso umoristico e con frequenti richiami all’erotismo bucolico del tempo. Per quest’ultimo aspetto, il libro fu tacciato di immoralità e fu in molte epoche censurato.

La concezione della vita morale nel Decameron si basa sul contrasto tra Fortuna e Natura.

La Fortuna appare spesso come evento inaspettato che sconvolge le vicende, mentre la Natura si presenta come forza primordiale la cui espressione è l’Amore come sentimento invincibile che domina insieme l’anima e i sensi. L’amore per Boccaccio è una forza insopprimibile, motivo di diletto ma anche di dolore, che agisce nei più diversi strati sociali e per questo spesso si scontra con pregiudizi culturali e di costume. 

Locandina de Il Decameron di Pasolini.

Il capolavoro di Boccaccio è stato rivisitato diverse volte dal cinema nel XX secolo, ma merita un posto particolare il film Decameron di Pier Paolo Pasolini (1971), tra le più complete e meglio riuscite dell’epoca moderna soprattutto per la rilettura in chiave “vitalistica” delle novelle di argomento erotico e per l’ambientazione napoletana in cui vengono inseriti i racconti, scelta dal regista perché ritenuta più vivace e popolare.

La pellicola subì tagli e censure per le molte scene scabrose, anche se riscosse un ottimo successo di pubblico e fu premiata con l’Orso d’Argento al Festival del Cinema di Berlino. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Sei personaggi in cerca d’autore: il metateatro di Pirandello

Sei personaggi in cerca d’autore è una delle opere più importanti composte da Luigi Pirandello. Si tratta di un dramma proposto per la prima volta a teatro nel 1921.

All’aperura della scena, la trama vede comparire un palcoscenico in allestimento con gli attori e i componenti dello staff della compagnia teatrale intenti ad organizzarsi per l’esecuzione della prova. Essi vengono interrotti dall’usciere del teatro che annuncia loro l’arrivo di sei personaggi: la madre, il padre, il figlio, la figliastra, il giovinetto e la bambina.

Una volta giunti, i personaggi inizieranno a raccontare il loro dramma, mai vissuto fino in fondo e pensato dall’autore che li creò. Convinto dalla loro esposizione, il capocomico decide di rappresentare tale narrazione utilizzando gli attori della compagnia.

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Luigi Pirandello.

La storia è davvero drammatica: il padre e la madre si separano dopo aver avuto un figlio, e così la madre si risposò con il segretario del padre. Da questa nuova unione nacquero tre figli: la figliastra, il giovinetto e la bambina. In seguito, dopo la morte del segretario, questa famiglia andò in rovina è fu costretta ad andare a lavorare nell’atelier di Madama Pace, proprietaria di una sartoria che era anche un luogo di prostituzione. Proprio qui la figliastra sarà costretta a prostituirsi. L’atelier era frequentato spesso dal padre, e l’incontro quasi incestuoso tra i due viene evitato dall’intervento di Madama Pace e della madre. Così il padre, preso dai sensi di colpa, riaccoglierà la famiglia in casa propria, anche se il suo rapporto con il giovinetto si inclinerà sempre di più.

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Il capocomico, dopo vari tentativi, rinuncerà alla rappresentazione di questa storia e manderà via tutti gli attori. L’ultima scena illustrata è quella che comprende la morte della bambina per affogamento all’interno della vasca del giardino, il suicidio del giovinetto, e la fuga della figliastra.

L’opera è un esempio lampante di metateatro, cioè di teatro nel teatro. Come detto, la scena si apre con una prova teatrale, ed inoltre i sei personaggi sono seduti fra il pubblico. Tale aspetto oltrepassa la dimensione scenica in quanto i sei personaggi prima seduti tra il pubblico, successivamente vanno sul placo. Lo spettatore non capirà se quello che sta guardando è finzione oppure realtà.

Tra le curiosità dell’opera di Pirandello quella che più fa riflettere è che la prima rappresentazione venne svolta al Teatro Valle di Roma. In questa occasione la performance fu fischiata al grido di ”Manicomio! Manicomio!” e Pirandello rischiò di essere linciato.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Uno, nessuno e centomila: la lezione sempre attuale di Pirandello


Uno, nessuno e centomila, pubblicato nel 1926, è un classico della letteratura di tutti i tempi, dal significato profondo e particolare, fondamentale per capire le dinamiche dei rapporti tra gli esseri umani e le loro personalità. Il titolo dell’opera è emblematico: uno rappresenta l’immagine che ogni essere umano ha di sé, nessuno è ciò che il protagonista della storia sceglie, alla fine, di essere e centomila ritrae, chiaramente, l’immagine che gli altri hanno di noi.

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Luigi Pirandello (Girgenti, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936), l’autore dell’opera.

Il protagonista del romanzo, Vitangelo Moscarda, comprende chiaramente che ogni essere umano crea nella sua mente una visione soggettiva di ciò che ogni singolo individuo rappresenta, in base a delle supposizioni. L’esistenza dell’essere umano, dunque, viene annullata; non essendo considerato come concretamente è, o crediamo di essere, le “centomila” raffigurazioni che sono nella mente degli altri frantumano l’essenza umana e si diventa “nessuno”. E infine, in questo impeto di pensieri, Vitangelo va in crisi, sconvolto dalla pazzia perché dilaniato dall’idea che gli altri non conoscono la sua vera identità e che, paradossalmente, nemmeno lui, potrà mai conoscere pienamente se stesso. Sconcertato, vittima di incomprensioni, rifiuta la sua stessa personalità, cancellandola definitivamente e allontanandosi dalla società. Il protagonista giunge a una risoluzione estrema: decide di trascorrere il resto della sua vita in manicomio, dove può essere il signor “nessuno”. 

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Uno, nessuno e centomila è un romanzo molto attuale. La lezione di Luigi Pirandello scuote i nostri sentimenti, mette a dura prova le nostre convinzioni o, per lo meno, ciò che noi vogliamo sforzarci di credere. Perché, proprio come afferma Pirandello, nulla è fermo, dunque nemmeno le opinioni degli altri sono le stesse. E l’uomo non può inseguirle, tantomeno cambiarle.  

Rosa Araneo per L’isola di Omero

La nascita della lingua italiana: tra l’indovinello veronese e il Placito Capuano

La lingua italiana deriva dal latino volgare. Il latino, infatti, presentava anticamente due forme: quella letteraria, usata dalle persone colte e di condizione sociale elevata; e quella volgare, usata dal popolo.

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Nella mappa sono indicati in verde i luoghi in cui si diffuse la conoscenza del latino.

Nel II sec. d.C. Roma aveva unificato il suo immenso impero anche da punto di vista linguistico. Quello che si parlava era, appunto, il latino volgare, che a contatto con le lingue dei popoli conquistati iniziò a subire delle contaminazioni e delle alterazioni.

Con la caduta dell’Impero Romano sotto i colpi delle invasioni barbariche, i vari tipi di latino volgare si trasformarono così profondamente da dar vita a nuove lingue. Ebbero così origine le lingue neolatine, cioè nuove latine o romanze, ovvero parlate nei territori un tempo soggetti a Roma. Ci si riferisce all’italiano, al francese, al provenzale, allo spagnolo, al catalano, al portoghese, al romeno, e al ladino (parlato ancora oggi in alcune vallate alpine della Svizzera, dell’Alto Adige e del Friuli).

Malgrado le invasioni barbariche, in Italia il latino rimase più vivo che altrove. Ma con il tempo si frantumò in tante parlate diverse. Nacquero così i tanti dialetti, chiamati ”volgari”, nel significato di ‘‘lingue di uso comune” rispetto al latino scritto, ormai conosciuto solo da pochissime persone.

Il volgare che nel ‘300 finirà per prevalere a livello linguistico, sarà il toscano e più specificamente il fiorentino. Ancora oggi la nostra lingua nella sua struttura fondamentale è toscana.

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Dante Alighieri, uno dei padri del volgare italiano.

Fin dal IX secolo d. C. in Italia abbiamo esempi di documenti scritti in una lingua che non è più latina, ma che ricorda le sue forme. Il più antico documento in tal senso è l’indovinello veronese, conservato nella biblioteca capitolare di Verona , risalente al periodo tra l’VIII e il IX sec. d.C. Il suo testo recita così:

«se pareba boves
alba pratalia araba
et albo versorio teneba
et negro semen seminaba»

Tradotto nell’italiano attuale il significato è il seguente:

«Teneva davanti a sé i buoi
arava bianchi prati
e aveva un bianco aratro
e un nero seme seminava»

La soluzione dell’ indovinello istituisce probabilmente un’analogia tra l’azione del contadino con l’aratro in un campo e quella dell’amanuense con la scrittura sulla carta:

«Le dita della mano
Le pagine bianche di un libro
La penna d’oca, con cui si era soliti scrivere
L’inchiostro, con cui si scrivono le parole»

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L’indovinello veronese.

Il primo documento in cui appare la separazione netta tra il latino e il volgare è il Placito Capuano (960 d.C.). Si tratta di una sentenza giudiziaria (Placito = Sentenza, nel linguaggio giuridico del tempo). Riguardava una contesa per il possesso di alcune terre fra il Monastero di Montecassino ed un certo Rodelgrimo d’Aquino. Il giudice riporta la formula pronunciata da un testimone, che conferma il possesso trentennale delle terre da parte del monastero.

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Il Placito Capuano.

Il Placito Capuano è considerato il primo vero e proprio documento in volgare italiano.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il Paradiso di Dante Alighieri: il culmine del viaggio del poeta

Il Paradiso dantesco si trova al di là dei nove celi dell’universo tolemaico, nell’immateriale Empireo.

I nove cieli costituiti da materia si dispongono concentricamente intorno alla Terra, immobile al centro del cosmo. I primi sette contengono i pianeti. Nell’ordine: la Luna, Mercurio, Venere, il Sole, Marte, Giove e Saturno. L’ottavo cielo contiene le stelle fisse. Il nono, il più grande, è il Cristallino o Primo Mobile. Esso muovendosi determina la rotazione delle altre sfere celesti secondo il desiderio di Dio.

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Illustrazione dei cieli danteschi.

Un decimo cielo è costituito dall’Empireo, formato non da materia ma dalla luce e dall’amore di Dio. Al suo interno i Beati sono disposti in seggi circolari su diverse file in ordine gerarchico.

Dante segue l’opinione dei Padri della Chiesa, che distinguono il Paradiso Celeste, vero e proprio Regno dei Cieli e sede del trono di Dio e dei Beati, dal Paradiso Terrestre, ovvero il giardino delle delizie in cui dio collocò Adamo (che nella Divina Commedia è ubicato sulla cima del monte del Purgatorio).

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Illustrazione I canto del Paradiso.

Raggiungere l’Empireo:

Partendo dalle terre emerse, che si trovano nell’emisfero settentrionale del Pianeta, l’Empireo viene raggiunto con un percorso verticale che scende verso il basso fino al centro della terra, procede agli antipodi del Purgatorio e spicca il volo attraversando i cieli. Qui Dante incontra le anime beate che eccezionalmente, e solo momentaneamente, si mostrano al poeta nel cielo del cui influsso avevano maggiormente risentito nella propria vita terrena. Per Dante l’influsso astrale concorre a determinare i moti dell’anima, ma la ragione e il libero volere sono in grado di vincerne il condizionamento.

Nel viaggio, il grande poeta ripercorre anche un ordine morale ed intellettuale. Ogni cielo e ogni grado di beatitudine è collegato all’esercizio di una virtù capitale. Nei primi tre cieli troviamo la temperanza, la prudenza, la fortezza, la giustizia, e l’esercizio della contemplazione.

Elemento pervasivo del Paradiso è la luce divina, simbolo dello spirito santo che raggiunge angeli e beati, concedendo loro la grazia della visione di Dio, collocato nel più alto dei cieli.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero