Archivi categoria: Letteratura europea

LOLITA DI NABOKOV: IL ROMANZO RAFFINATO CHE NON È PER TUTTI

E se foste stati voi uno di quegli editori che non volle pubblicare Lolita?

Avreste preso bene il successo che poi ha avuto il romanzo?

Lolita è un romanzo di Vladimir Vladimirovič Nabokov scritto in inglese, pubblicato inizialmente a Parigi nel 1955 e dieci anni più tardi tradotto in russo dallo stesso autore. La prima edizione in italiano risale al ’59.

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Il romanzo parla della scabrosa relazione tra un uomo di trentasette anni e una bambina; e per questo fu rifiutato da quattro editori americani. Ma al di là della provocazione che l’autore offre proponendo il tema della pedofilia, egli non scende mai nei dettagli; non gli interessa parlare di sesso o dell’atto sessuale in sé. Nabokov lascia spazio all’immaginazione e indaga psicologicamente sul motivo per cui il professore di letteratura Humbert Humbert è preda dell’attrazione per una ninfetta, ovvero di una piccolissima donna che dimostra di più della sua età reale.

L‘età è infatti un elemento centrale del libro. La fase di crescita della fanciulla che racconta lo scrittore russo è delicata quanto la tematica principale del racconto. Quest’ultimo assume una forma dai contorni ancora più fragili quando il tutto si intreccia con un altro tema bollente, l’incesto. L’uomo infatti, dopo essere arrivato in America dall’Europa, sposerà una donna che è la madre della bambina con cui egli avrà successivamente una relazione.

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Schermata iniziale del film Lolita (1962) diretto da Stanley Kubrick.

Lolita è il soprannome che l’uomo dà in privato alla ragazzina. Il termine «lolita» – complice anche la trasposizione cinematografica di Stanley Kubrick – fece subito sensazione: entrò nella cultura di massa e nel linguaggio prendendo a significare ovunque, per antonomasia, una diabolica ninfetta, piccola seduttrice, non si sa fino a qual grado inconsapevole; o anche una giovanissima sessualmente precoce o comunque attraente.

Mai come in questo caso Eros e Thanatos viaggiano a braccetto. Del resto come affermò Sigmund Freud è stata la letteratura a scoprire l’inconscio prima della psicanalisi. La letteratura russa in particolare scava dentro i personaggi con una prepotenza e una brutalità tale da far rimanere impotenti i lettori che si immedesimano nei personaggi.

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Immagine di un secondo film su Lolita del 1997 diretto da Adrian Lyne.

Ogni elemento della narrazione non è messo a caso, ma anticipa un avvenimento futuro, come per esempio la comparsa dei cani e il riferimento al mondo degli animali. Sono piccoli grandi simboli che fanno da cornice al racconto anche i rimandi all’arte e alla letteratura francese, sicuramente mai autoreferenziali e celebrativi, ma che talvolta fanno parte di un discorso oppure sono usati come exempla.

Nabokov non ha bisogno di dimostrare nulla, è consapevole della sua sensibilità, del suo talento e gioca con le parole mischiando termini latini con quelli francesi o americani. Tanto è vero che a volte Lolita viene chiamate Venus, con chiaro rimando all’arte.


È un romanzo che non si esaurisce nel proprio tempo, ma nonostante ciò una certa soggezione colpisce tutt’ora molti possibili lettori, come quei quattro editori americani che rifiutarono questo capolavoro.

Sicuramente Lolita non è un romanzo per tutti, ma non per la sua complessità, bensì perché non tutte le persone si pongono con quella elasticità mentale tale da andare oltre i fatti e di cogliere con intelligenza le provocazioni che oscurano il significato nascosto del romanzo.

E tu cosa ne pensi?

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

I MISERABILI DI VICTOR HUGO📚: DEVE PREVALERE LA GIUSTIZIA O IL PERDONO?

I Miserabili è il titolo di un romanzo storicoopera monumentale, pubblicato nel 1862 dallo scrittore francese Victor Hugo.

La trama è articolata, avvincente, colma delle grandi vicissitudini storiche che caratterizzarono l’Ottocento francese a cui si aggiungono profonde riflessioni etico-morali sulle vite dei protagonisti.

Possiamo davvero immaginare di aprire questo gigantesco libro, con i suoi cinque tomi, e di poter camminare, pagina dopo pagina, attraverso i giorni che compongono gli anni dal 1815 al 1833: i drammi sociali, le tensioni della Parigi post-Restaurazione, i peccati e la redenzione dei disgraziati usciti miseramente (appunto) dalle guerre napoleoniche, sono davanti a noi come erano davanti a chi visse in quei giorni.   

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Victor Hugo, I miserabili: Jean Valjean, Cosette, Javert - Riassunto -  WeSchool
La Libertà che guida il Popolo (1830), dipinto di Eugène Delacroix. Opera conservata al Louvre di Parigi, che racconta la capitale francese proprio al tempo in cui è ambientato il romanzo di Hugo

La trama:

Jean Valjean è il nome del protagonista del romanzo, un ex forzato che si pente del proprio delinquere, grazie all’intervento di un vescovo che lo indurrà verso il concetto di bontà. Per tutto il resto della sua vita da uomo libero cercherà da una parte di sfuggire alla giustizia che lo cerca a causa un ultimo reato commesso; dall’altra di redimersi compiendo solo azioni buone. In quest’ottica incontrerà una ragazzina orfana che cercherà di aiutare, e che diventerà per lui come una figlia o una nipote. Il suo nome è Cosette.

Hugo narra una storia ordinaria per raccontare la Storia della Francia con la S maiuscola. Dedicherà spazio ai salotti, gli ambienti di Parigi, tra cui addirittura una quarantina di pagine alla descrizione delle fogne della capitale.

Un concetto espresso chiaramente dall’autore è il disaccordo nel giudizio negativo riservato dalla società a chi, proprio come il protagonista Jean Valjean, è costretto a delinquere perché deve ”difendersi” dalle avversità della vita. Jean non è una persona cattiva, ma aveva commesso un unico furto proprio perché la sua famiglia moriva di fame.

Dall’altra parte ci sono i personaggi che incarnano la giustizia a tutto tondo; in particolare compare un funzionario di polizia che in tutta la narrazione rincorrerà il protagonista de I miserabili in quanto la sua opinione su di lui è che egli è un criminale, ed in quanto tale deve marcire in galera anche se ha commesso un reato molto piccolo.

Questi tipi di personaggi esprimono il concetto secondo cui la giustizia debba trionfare ancor di più del perdono e della bontà. Voi cosa ne pensate?

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

QUAL È L’ERRORE CHE SI FA LEGGENDO DELITTO E CASTIGO?

Se nominassi il titolo Delitto e castigo, qualcuno farà un sospiro profondo e nella propria mente si formerà l’immagine di un mattone!

Che errore!

Il romanzo di Fëdor Dostoevskij trae ispirazione da un fatto di cronaca: un giovane commette un omicidio perché non si ritiene come gli altri uomini, ma crede di far parte di un’umanità superiore che può qualunque cosa.

La brutta vita che ha fatto Fëdor Dostoevskij | Sapere
Fedor Dostoevskij

In fondo la storia ci racconta che a personaggi, ma esseri umani, come Giulio Cesare e Napoleone pur avendo fatto ammazzare migliaia di uomini e donne, sono state dedicate statue, piazze, libri e studi!

In realtà il tema del romanzo in origine era l’alcolismo, tanto che il libro si sarebbe dovuto chiamare Gli ubriachi. Topic che non è scomparso del tutto ad opera finita.

Il tema centrale però riguarda un giovane povero, solo, anche malato, che si ingegna per ammazzare una vecchia usuraia al fine di derubarla e trascorrere il resto della vita a fare del bene e a vivere degnamente. La faccenda si complica subito, perché anche la sorella dell’anziana signora sarà assassinata, ma per il resto tutto sembra filare liscio come l’olio.

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Non è certamente un giallo! Sappiamo chi è l’assassino e quello che sta a cuore all’autore non è smascherare il colpevole.

Quando Dostoevskij scrive l’opera è lontano anni luce dalle idee giovanili socialiste; ha riscoperto la religione ortodossa, ma soprattutto non attacca le idee che non sostiene più, al contrario le rende chiare e limpide. Pur essendo chiaro il suo pensiero, da spazio anche a quello altrui.

Il finale del romanzo è fin troppo scontato. Del resto, nella realtà Dostoevskij mentre era imprigionato in Siberia riscoprì la fede, e questo evento finisce per condizionare il romanzo. Ma per l’autore la fede è una faccenda complicata perché rende più difficile e non più facili le cose. Infatti tutto il resto della sua produzione letteraria non fa che cercare di rispondere ad una domanda: Chi è Gesù Cristo?

Questo cosa insegna? Molti sostengono che la narrativa sia un piedistallo su cui salire per dare delle lezioni; Ma il suo scopo è, invece, quello di porre le giuste domande.

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Cosimo Guarini per L’isola di Omero

GUERRA E PACE DI TOLSTOJ: IL ROMANZO REALISTA DIVENTATO EPICO

Il romanzo scritto tra il 1863 e il 1869 riguarda principalmente la storia di due famiglie, i Bolkonskij e i Rostov, nel periodo delle guerre napoleoniche e in particolare durante la campagna di Russia.

Parliamo, dunque, di un lasso di tempo che va dal 1805 al 1820. Le ambientazioni interessate sono le città di Mosca e San Pietroburgo, oltre ai luoghi di battaglia nei centri non abitati; nello specifico i paesaggi con presenza di corsi d’acqua.

Un libro lungo, come spesso accade con i lavori di Tolstoj, dalle mille alle milleseicento pagine in base alle edizioni. I personaggi che si susseguono (inventati o realmente esistiti) sono moltissimi; ne sono contati circa cinquecento, tra comparse e personaggi principali. Tra questi ci sono, ovviamente, Napoleone Bonaparte e lo zar di Russia Alessandro I.

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Guerra e Pace arriva ai giorni nostri come un classico della letteratura mondiale e russa, e viene così rivestito da un’aura epica che ne aumenta il blasone e il mito. Ma non è proprio così, perché Tolstoj basa la propria narrazione a fatti realmente accaduti e quindi, in termini tecnici, non c’è proprio nulla di epico!

Non appena pubblicato, il romanzo fu stroncato da alcuni critici proprio perché era considerato moderno, avendo creato uno stacco con le tradizioni del romanzo classico. In particolare Tolstoj ruppe con alcune soluzioni letterarie come l’unità poetica, l’unità di tempo e di spazio.

Infatti all’interno di Guerra e Pace vi è un intervento molto forte dell’autore. Spesso la vicenda viene interrotta perché egli pone un commento. Non parliamo di un commento implicito, come nella descrizione dei personaggi o altri fattori; parliamo di veri e propri capitoli che interrompono la narrazione dei fatti.

Guerra e Pace, romanzo magister vitae - Ticinolive
Guerra e Pace è stato rappresentato varie volte anche sotto forma di Film. L’immagine riguarda una pellicola omonima uscita nel 2007 sotto la regia di Robert Dornhelm.

Questo perché tutto il racconto si basa sulla dicotomia che da il titolo al libro. Quest’ultima non è solo la contrapposizione ovvia tra lo scontro bellico che ha fatto la storia da un lato, e la serenità delle famiglie dell’aristocrazia russa dall’altro.

La guerra viene raccontata anche come una sorpresa; una sorta di dietro le quinte in cui i protagonisti non sono i protagonisti del romanzo, ma sono i personaggi storici realmente esistiti. Tra questi, i generali che hanno pianificato le operazioni belliche sono ritratti da Tolstoj in modo impietoso, come degli incapaci abili solo ad alimentare caos.

La pace, invece, va interpretata come l’utilizzo nel romanzo di personaggi tipici della letteratura russa dell’Ottocento; il ritratto perfetto della una società dei salotti del tempo. Insomma, quello che i lettori dello scrittore si aspettavano nel cuore dell’Ottocento.

Ogni parte del romanzo è un continuo gioco di specchi, tutto è sdoppiato. Dunque quando si parla di Guerra e Pace non si parla di bene e male, ma di due realtà letterarie completamente differenti che possono coesistere.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

ANNA KARENINA: IL SENSO DI COLPA COME OSTACOLO ALLA FELICITÁ

Approcciarsi ad un libro di 887 pagine non è mai troppo facile. E non è facile soprattutto quando il romanzo in questione è uno dei più grandi classici della letteratura mondiale. Anna Karenina di Lev Tolstoj rappresenta uno dei pilastri della nostra cultura. Una delle più grandi storie d’amore ambientate in Russia del 1875-77, nata in una delle classi sociali più alte e prestigiose dove tutto si può senza dirlo.

Anna Karenina è una donna altolocata che trascorre la propria vita dividendosi tra il figlio Serjoza, il marito e gli eventi mondani di San Pietroburgo. Appartiene a quella élite che conta e che vive di frivolezze ed è felice. Almeno fino a quando non incontra il conte Vronskij innamorandosene perdutamente. Abbandona, dunque, suo marito per vivere alla luce del sole questa passione nonostante il peso che le grava addosso.

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Tolstoj racconta, parallelamente, a quella di Anna e Vronskij le storie di altri personaggi che compaiono nel corso della narrazione come quella di Kitty e Levin, due giovani sposi i quali – al contrario dei due protagonisti – ottengono ciò che desiderano: vivere una vita tranquilla fatta di cose semplici e reali. La vita di Anna con Vronskij non diventerà mai reale ma sarà segnata per sempre dal peccato della donna: non tanto l’adulterio commesso nei confronti del marito, quanto l’averlo reso noto alla società abbandonando il tetto coniugale e scegliendo di vivere la propria vita con l’uomo che ama veramente. Il rifiuto del marito di accordarle il divorzio e di permetterle di vedere il figlio tanto amato, rende il rapporto tra Anna e Vronskij complicato ed infelice in cui la donna non riesce a trovare la pace.

Tolstoj considerava questo libro il suo primo vero romanzo: un capolavoro di realismo. Si sarebbe ispirato al poeta russo Aleksandr Sergeevic Puskin e ad avvenimenti della sua vita reale, come ad esempio l’amante del suo vicino di casa Bibikov. Nel 1887 Tolstoj afferma di aver immaginato “un nudo gomito femminile di un elegante braccio aristocratico” e, da quel momento ne fu così perseguitato, da doverne creare un’incarnazione. Il romanzo, avendo un occhio critico verso l’aristocrazia del tempo, scatenò inevitabilmente una reazione da parte della critica russa che definì il romanzo fin dalla sua prima apparizione “un romanzo frivolo dell’alta società”.

Biografia di Lev Tolstoj
Ritratto di Lev Tolstoj (Nascita: 9 settembre 1828, Jasnaja Poljana, Yasnaya Polyana, Russia
Morte: 20 novembre 1910, Lev Tolstoj, Russia).

Nonostante le critiche, l’opera ottenne un grande successo in Russia. In essa ritroviamo una delle costanti di molti personaggi di Tolstoj: la scoperta di quanto la vita sia preziosa nella sua semplicità. Questa presa di coscienza viene narrata nella sua possibilità ed impossibilità confrontando Anna e Kitty: la giovane sposa realizza il suo sogno di prendere marito e condurre un’esistenza serena in campagna mentre, Anna, vive un amore tormentato che non riesce a realizzare appieno. Il peccato commesso si trasforma in un ostacolo che le impedisce di essere felice.

Il suo destino è tristemente noto. Un finale che trasforma Anna in vittima. Vittima di un matrimonio senza amore, vittima delle convenzioni imposte dalla società e vittima di un legame che non riesce a trasformare in un rapporto solido e maturo.

Alessia Amato per L’isola di Omero

Oliver Twist di Charles Dickens: la narrazione fiabesca in cui trionfa il Bene

Venticinquenne, nel 1837 Charles Dickens inizia la pubblicazione a puntate di Oliver Twist su una rivista. Uscirà nel 1838. È un successo mondiale immediato – la prima traduzione italiana è già del 1840 – che proseguirà ininterrotto fino ai giorni nostri, con traduzioni, adattamenti per ragazzi, trasferimenti in altri media.

Sarà Dickens stesso a dare il via a un diverso uso del materiale del romanzo nelle sue tournée, che presenteranno rielaborazioni in forma quasi teatrale di scene ed episodi che, ritagliati dal contesto e dotati di una loro autonomia, suscitano un vero e proprio entusiasmo tra il pubblico.

Incentrato sulle alterne fortune del piccolo Oliver, il libro è una sorta di racconto fiabesco che sa descrivere la multiformità del mondo grazie anche a una mobilissima visione sottolineata dal continuo gioco di piani, che allarga e restringe il campo tra personaggi, classi sociali, società nel suo insieme; tra paesaggi rurali, panorami urbani, vie cittadine, caseggiati, botteghe e abitazioni… Un libro però che resta una grande favola e dove alla fine trionfa il principio del Bene.

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Oliver è un piccolo orfano che cresce in un istituto fino all’età di nove anni. Il suo primo lavoro è quello di aiutante in un’impresa di pompe funebri; dopo numerosi maltrattamenti, il ragazzo fugge a Londra dove, purtroppo, fa altri incontri poco fortunati. Entra così, nonostante si sia intuito fin dall’inizio del libro che sia di indole buona, a far parte di una banda di ladruncoli diretti dal perfido Fagin, un uomo senza scrupoli.

Solo Nancy, giovane donna legata ad uno dei malfattori, manifesta compassione nei confronti del piccolo Oliver che intanto, suo malgrado, viene costretto a seguire i nuovi compagni. Durante una delle scorribande del gruppo, il ragazzo viene accusato di furto in un’abitazione londinese. Per fortuna presto scagionato, Oliver viene ospitato dal signor Brownlow, proprio colui che era stato derubato ma che è colpito dalle condizioni fisiche in cui versa il piccolo protagonista.

Nella sua casa, Oliver è amorevolmente curato e ha la possibilità di farsi conoscere come un ragazzo buono e onesto. Purtroppo le peripezie non sono ancora finite: la banda dei malfattori si ripresenta e riporta Oliver al proprio rifugio. Da qui la storia è un susseguirsi di eventi che si fanno sempre più tristi ma anche risolutivi, con un lieto fine.

Il libro è scritto in modo di certo non attuale, ma ripropone temi e sentimenti che in realtà non hanno tempo e che quindi si leggono sempre volentieri.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Luis Sepúlveda: lo scrittore sognatore che viveva a sud del mondo

Non riuscirei mai a vivere lontano dal mare”.

(Luis Sepúlveda)

Cresciuto in Cile con cinquemila chilometri di costa, per Sepúlveda il mare è sempre stato a portata di mano, come una presenza costante. Sicuramente fonte di ispirazione, esso è il segno che contraddistingue i paesi latini e mediterranei. Quei paesi che spesso vengono definiti o pensati come possessori di un’anima calda, piena di natura, e carica di poesia.

Luis Sepúlveda - Il Libraio
Luis Sepúlveda (Ovalle, 4 ottobre 1949 – Oviedo, 16 aprile 2020).

Lo scrittore cileno, durante la propria esistenza, si è fatto carico di questo significato traducendolo in oro letterario. Ha viaggiato e scritto molto, venendo ricordato per aver dato vita ad alcune tra le opere con un maggiore significato sociale. Indimenticabile il suo Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare (1996), da cui due anni dopo è stato tratto il film La gabbianella e il gatto, che ha segnato positivamente l’infanzia di molte persone oggi adulte.

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La storia della piccola gabbianella allevata dal gatto Zorba, porta con se diversi temi: la voglia di voler essere qualcun altro e poi successivamente di ritrovare se stessi; Il sentimento di non essere accettati da chi ci sta intorno; La collaborazione tra animali di specie diverse, così come quella che può avvenire tra le persone; La paura di non farcela, di non riuscire a spiccare il volo.

Sono tutti argomenti che trovano la loro massima esplicazione nella vita reale che ognuno di noi vive tutti i giorni. La grandezza di Sepúlveda è stata quella di trattare pensieri complessi in modo semplice, arricchendo le nostre anime, facendoci riflettere.

La sofferenza, la lotta politica, e l’amore per la moglie Carmen.

Luis Sepùlveda incontra Carmen Yanez nel 1968, quando alla guida del Cile c’era ancora il socialista Salvador Allende. Carmen aveva appena 15 anni e dopo soli tre anni anni decidono di sposarsi a Santiago del Cile. Dopo la nascita del primo figlio, un feroce colpo di Stato mette fine alla presidenza di Salvador Allende, instaurando il regime di Pinochet. Per entrambi comincia un periodo di clandestinità, arresti, torture e repressione.  Sepúlveda lascia il Cile nel 1977, Carmen quattro anni dopo. Le loro vite si separano. Lui si trasferisce in Germania e lei in Svezia. Ma il destino li riunisce nel 1996, nella Foresta Nera. Pochi giorni dopo partono per Parigi e nel 2004, a Gijón in Spagna, si sono risposati. 

Sopravvissuti al regime di Pinochet, alla violenza inaudita della sua dittatura e persino alle torture in carcere, Luis Sepùlveda e la moglie Carmen Yanez (divenuta una poetessa) hanno combattuto insieme contro un nemico comune: il coronavirus. Ma, questa volta, Luis non ce l’ha fatta.

Uniti da un filo indissolubile che intreccia i loro destini da sempre, Luis e Carmen sono la rappresentazione perfetta della forza dell’amore di fronte a qualsiasi ostacolo. Prima costretti all’esilio, poi separati per diversi anni e infine ricongiunti, la storia d’amore sembra uscita da un romanzo, proprio come recita una poesia di Sepùlveda, dal titolo La más bella historia de amor.

Luis Sepùlveda e Carmen Yáñez, moglie due volte. | RMagazine.it
Luis insieme alla moglie Carmen Yanez.

L’ultima nota del tuo addio
mi disse che non sapevo nulla
e che arrivavo
al tempo necessario
di imparare i perchè della materia.
Così, fra pietra e pietra
seppi che sommare è unire
e che sottrarre ci lascia
soli e vuoti.
Che i colori riflettono
l’ingenua volontà dell’occhio.
Che i solfeggi e i sol
raddoppiano la fame dell’orecchio
Che è la strada e la polvere
la ragione dei passi.

Che la via più breve
fra due punti
è il giro che li unisce
in un abbraccio sorpreso.

Che due più due
può essere un pezzo di Vivaldi.
Che i geni gentili
stanno nelle bottiglie di buon vino.

(La più bella storia d’amore, Luis Sepùlveda)

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Alberto Moravia, ”La donna leopardo”: una storia di gelosia sicura e tradimento incerto

La donna leopardo è un romanzo che Alberto Moravia (1907-1990) scrisse durante gli ultimi due anni della propria vita. Venne pubblicato dopo la sua morte, nel 1991.

Di questo titolo ne aveva parlato con gli amici fin dai primi mesi di lavoro, come gli era accaduto in altre situazioni simili. Non parlava però del contenuto o del tema del romanzo, e anche questo rientrava nel suo costume. Teneva alla segretezza del propria officina: da buon artigiano, pensava al risultato finale. Ogni procedimento per arrivare al risultato non riteneva fosse interesse oggettivo; riguardava lui solo, la propria tenacia, e la propria fatica di scrittore.

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La donna leopardo è una storia di gelosia profonda che riguarda due coppie: il giornalista Lorenzo, sua moglie Nora, la signora Ada e il marito Flavio Colli. Quest’ultimo è un imprenditore che finanzia il giornale per il quale Lorenzo lavora.

Entrambe le coppie, anche se in modo differente, si mostrano fragili: Colli si avvicina a Nora, che sembra ricambiare; Lorenzo osserva titubante l’evolversi della situazione. Ada ripete più volte d’esser innamorata del marito, ma al contempo propone al giornalista di tradire i rispettivi coniugi ricambiandoli con la stessa moneta ricevuta, ovvero il tradimento; anche se non hanno le prove che questo stia effettivamente avvenendo.

Il tutto verrà aggravato da un viaggio in Africa, in cui i quattro protagonisti si recheranno per motivi di lavoro che riguardano i due uomini. Come si concluderà la vicenda?

Ci sarà un Ménage à quatre?

I motivi di gelosia di Lorenzo e Ada saranno giustificati?

La donna leopardo - Piccolo Teatro
La vicenda de La donna leopardo è stata riportata a teatro in occasione del trentennale dalla morte di Moravia. Nella foto i protagonisti sul palco: Valentina Banci, Olivia Magnani, Daniele Natali e Paolo Sassanelli. Regia di Michela Cescon.

In questo libro la vita è metaforizzata in una immagine di donna la cui felinità e impenetrabilità sono i tratti salienti, e tale femminilità e impenetrabilità trovano completamento nella proiezione di un paesaggio tanto più fascinoso quanto più impenetrabile, l’Africa nera.

I dubbi che assalgono Lorenzo durante le notti del soggiorno africano sono assillanti. Il celato complesso di inferiorità che avverte dal fatto che sua moglie possa averlo tradito con un un suo superiore, non è un aspetto irrilevante. E soprattutto egli si incolpa di aver presentato lui stesso e volutamente la propria coniuge all’imprenditore.

Ma la domanda che il lettore si può porre al termine del libro è se veramente egli sia innamorato della moglie, o se tale gelosia derivi dal fatto di non esser più preso in considerazione da qualcuno. È questo, insomma, un dilemma che va oltre l’opera letteraria e che sicuramente interessa un gran numero di coppie moderne.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Biblioteca Klementinum: un tempio sacro dei libri nel cuore di Praga

La biblioteca nazionale Klementinum di Praga viene considerata da molti come uno dei più bei esempi di architettura barocca nel mondo. Fa parte di un complesso storico di edifici che coprono un’area di circa 20mila metri quadrati, fondato per ordine dei Gesuiti dopo il loro arrivo in Boemia nel 1556, originariamente come scuola della compagnia. Il suo nome deriva dal monastero domenicano di San Clemente e della chiesa che vi era lì.

Fin dal Medioevo, molti dei grandi scienziati, astronomi, musicisti e filosofi europei, avevano studiato e lavorato qui influenzando lo sviluppo della straordinaria varietà di edifici del centro storico della capitale boema e dello stesso Klementinum. Allo stile barocco si deve, oggi, la massima eleganza architettonica del complesso secondo, per dimensione, solamente al Castello di Praga e che si trova una magnifica posizione, vicino al fiume Moldava, a pochi passi dall’affascinante Ponte Carlo.

Clementinum - Wikipedia
La Biblioteca dall’esterno.

Progettata dall’architetto Kilian Ignaz Dientzenhofer nel 1722, conserva preziosi manoscritti, tra questi il Vysehrad Codex e la bibbia di Velislav. Il Vyšehrad Codex è uno dei più preziosi codici miniati dell’Europa medievale composto da 108 fogli di pergamena, riccamente decorati, che contiene tra le altre cose le immagini dell’Antico Testamento e del patrono ceco San Venceslao.

Il primo nucleo della collezione risale al 1366, donato da Carlo IV all’Università Carolina. La sua costruzione ha richiesto circa 170 anni e ha coinvolto alcuni tra i più celebri architetti dell’epoca. Nel XVII la scuola si fuse con l’Università Carolina diventando, a quel tempo, una delle più grandi università gesuita in Europa e la più importante a Praga. L’università continuò ad esistere fino al XIX secolo.

Clementinum: informazioni utili e come arrivare - Praga.info
L’interno della Biblioteca.

La biblioteca attualmente ospita al proprio interno più di 20mila volumi di letteratura teologica entrati a far parte dell’edificio già dagli inizi del XVII secolo. Appena entrati, colpiscono gli affreschi del soffitto dipinti da Jan Hiebl in cui sono raffigurati motivi allegorici legati all’istruzione e ritratti di santi gesuiti. Importante è anche la collezione di mappamondi e di globi astronomici disposta al centro della sala realizzata, per la maggior parte dagli stessi gesuiti, che un tempo abitavano queste stanze. Tra i globi sono presenti anche bellissimi orologi astronomici.

Nel 1781 Karl Rafael Ungar, allora direttore della biblioteca, creò una collezione di testi scritti in lingua ceca riferendosi ad essa con il nome di Biblioteca Nationalis ponendo, così, le basi per la successiva nascita della Biblioteca nazionale.

Possiamo anche sottolineare l’importanza della Torre astronomica che, dal 1775, ha condotto misurazioni meteorologiche e la Cappella degli Specchi, riccamente decorata, dove si trova l’organo originale, strumento musicale che suonato da Mozart. Nella cappella vi sono quotidianamente concerti.

Una curiosità legata ad una delle biblioteche più belle del mondo riguarda un racconto di Borges intitolato Il miracolo segreto nel quale il protagonista sogna di rifugiarsi in una delle navate dell’edificio in cerca di Dio. Cosa gli risponde il bibliotecario?

Dio è in una delle lettere d’una delle pagine d’uno dei quattrocentomila volumi del Klementinum. I miei padri e i padri dei miei padri hanno cercato questa lettera; io sono diventato cieco a cercarla.

Alessia Amato per L’isola di Omero

Luigi Pirandello: dal Caos nasce il Genio di un grande autore

«Io sono figlio del Caos».

Asseriva spesso così Luigi Pirandello. In realtà, figlio del Caos lo era per davvero. Nato in un bosco denominato Càvusu, nome che gli abitanti di Girgenti (suo paese natale) avevano grossolanamente tradotto dal greco Kaos, egli spiegava così:

«Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’ un altipiano di argille azzurre sul mare africano».

La famiglia era di estrazione borghese e l’autore ebbe sempre un rapporto complesso con i genitori, in particolare con il padre. Questa incomunicabilità lo spinse a ritirarsi in sé stesso e a dedicarsi, per tutta la vita, ad una costante introspezione. Con un animo così sensibile, la passione per la letteratura e per la scrittura non tardarono a manifestarsi. Nel 1886 si iscrisse all’Università di Palermo per, poi, trasferirsi a Roma dove proseguì i suoi studi di filologia romanza. Lo spirito di Pirandello si scontrò presto con quello del rettore che lo costrinse a terminare gli studi a Bonn. La Germania offrì allo scrittore la possibilità di laurearsi con una tesi sulle caratteristiche fonetiche del dialetto della sua Girgenti.

Nel 1894 Pirandello sposò Maria Antonietta Portulano, figlia di un facoltoso socio del padre. Sebbene il matrimonio avesse i connotati più di un accordo finanziario che di una storia d’amore, la passione tra i due sposi scoppiò in poco tempo. Grazie alla dote della moglie, egli visse in una situazione molto agiata che gli permise di ritornare a Roma. Tuttavia, ben presto la situazione economica cambiò negativamente: i coniugi persero tutti i loro averi e la moglie di Pirandello cadde in una profonda crisi psicotica dalla quale non si riprese mai. Solo dopo vari tentativi di convincimento, lo scrittore acconsentì a farla ricoverare in un istituto.

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Luigi Pirandello (Girgenti, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936).

La vita di Pirandello è stata ricca di momenti piacevoli ma anche difficili. Spesso la genialità di un uomo è anche la sua condanna e lui lo sapeva bene. Le sue doti introspettive gli permisero di concepire l’immenso abisso che separa l’identità dall’apparenza, la forma dalla vita. Gli uomini nascono liberi ma il Caso sconvolge le loro esistenze precludendo ogni possibilità di rivalsa. La società ordina all’uomo come comportarsi e, man mano, l’io svanisce e si perde. L’uomo si ritrova così diviso tra regole da rispettare che la tirannia madre impone e la volontà interiore di manifestarsi in modo diametralmente opposto. Solo l’intervento del Caso può liberarlo da questa condizione permettendogli di assumere una nuova forma. Di questa nuova forma, tuttavia, egli ne diventa presto schiavo. Un circolo vizioso ripercorso ne Il fu Mattia Pascal: l’uomo non può capire né se stesso né gli altri perché ognuno vive indossando una maschera dietro la quale si nascondono mille persone diverse.

Queste riflessioni si manifestarono più chiaramente in un altro celebre romanzo; Uno, nessuno e centomila. Qui, l’autore agrigentino, approfondisce il discorso sull’introspezione psicoanalitica: mentre l’uomo si affanna a cercare una propria personalità, tutte quelle che si celano dietro la maschera sono nessuno.

Il merito che riconosciamo a Pirandello, ancora oggi, è quello di aver catturato un’istantanea della società umana piena di ipocrisie e di falsi miti. Nonostante sostenesse una profonda incomunicabilità tra gli uomini, il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura (ricevuto nel 1934) decide di provare la strada del teatro con i Sei personaggi in cerca di autore in cui la fantasia assume il controllo della sua mente presentandogli personaggi che vogliono vivere senza che lui gli cerchi. Il paradosso della vita, insomma, il paradosso di esserci.

Una curiosità in merito a quest’ultimo lavoro: se oggi è l’opera teatrale più nota di Pirandello, il suo esordio non fu proprio un successo. Alla prima, nel teatro Valle di Roma, il pubblico in sala urlò “buffone” e “manicomio” sottolineando quanto poco avesse apprezzato lo spettacolo. Non contento, però, Pirandello salì sul palcoscenico per ricevere gli insulti e venne bombardato da un lancio fitto di monetine che lo portò a scappare verso il taxi inseguito dai contestatori! Per le successive tre serate il teatro rimase quasi vuoto e l’impresario cambiò il titolo in cartellone in Sei personaggi in cerca di pubblico. La società dell’epoca, forse, non era ancora pronta ad accoglierne l’innovazione.

Alessia Amato per L’isola di Omero