Archivi categoria: Arte – Pittura

I PAPAVERI NELL’ARTE: LA RIVOLUZIONE FELICE DI MONET

Tra le tante opere realizzate da Claude Monet troviamo I Papaveri. Si tratta di un dipinto olio su tela, dalla composizione molto attenta e controllata, realizzato dal pittore francese nel 1873 delle dimensioni 50 x 65 cm e conservato attualmente presso il Museo d’Orsay a Parigi. La pittura en plein air fu l’attività principale dell’artista durante il suo soggiorno ad Argenteuil tra passeggiate nei campi e corsi d’acqua. Il soggetto preferito dell’artista è la trasformazione della realtà che avviene con il mutare della luce e con il trascorrere del tempo.

I papaveri.

La donna in primo piano è la moglie di Monet, Camille e il bambino è il figlio Jean. Qui, egli focalizza la propria attenzione sulla vita umana: una vita serena che affonda le proprie radici nella famiglia e ad essa ritorna non priva di emozioni poiché mossa di continuo dal vento e ravvivata continuamente dal rosso dei papaveri. Nel quadro spicca il verde indistinto del campo dei fiori dal quale Monet fa emergere delle brillanti picchettature di vermiglio che sono appunto i fiori protagonisti indiscussi della tela a rendere unico il paesaggio donando una nota di vivacità e di colore, ravvivando l’atmosfera di serenità e di freschezza. 

Il dipinto è suddiviso in due parti: la parte superiore è caratterizzata dalla luminosità del cielo, ampio e denso di nuvole che sembrano correre spinte dal vento mentre nella parte inferiore spiccano le colorazioni più intense del campo fiorito. Le due figure vengono rappresentate in primo piano a destra della linea dell’orizzonte seminascosti dal prato erboso e dai fiori costituendo la retta obliqua che struttura il quadro. Sembra quasi di percepire l’odore dell’erba secca ed il vento caldo estivo scorrere tra le fronde lontane. Monet sceglie di ritrarre i componenti della sua famiglia per ben due volte: la prima, in alto a sinistra e, la seconda, nell’angolo in basso a destra. 

I papaveri nell'arte, il meccanismo della rivoluzione gioiosa di Monet -  Stile Arte
Particolare dei due soggetti in basso al dipinto.

Si tratta di un momento della vita di Monet tranquillo ed emozionante. Un frangente fissato e fermato nel tempo da “I Papaveri” meglio che in ogni altro dipinto. I papaveri, infatti, sono l’elemento che ravviva gli istanti della vita del pittore e della sua famiglia. Le figure umane hanno una storia, costituiscono l’inizio e la fine del percorso segnato materialmente ed emotivamente dai papaveri, l’elemento centrale unificatore che dà colore alle loro esistenze.

Claude Monet immortala, in modo soggettivo e lirico, lo scorrere del tempo durante il quale i suoi cari sono soliti scendere verso la collina. Lontano, si intravedono solo i contorni di una casa, che si confondono con il verde degli alberi e con il bianco delle nuvole. 

Alessia Amato per L’isola di Omero

IL RUOLO DI ISABELLA D’ESTE NEL PARNASO DI ANDREA MANTEGNA

Il Parnaso di Andrea Mantegna risale al 1497 ed era nato per decorare lo studiolo di Isabella d’Este nel palazzo ducale di Mantova.

L’opera si identifica come un’allegoria di Isabella come Venere e suo marito Francesco Gonzaga come Marte, sotto il cui regno fioriscono le arti simboleggiate da Apollo e le Muse. L’opera mostra l’amore adulterino tra Venere e Marte, rappresentati su un arco naturale di roccia davanti a un letto simbolico.  

Il Parnaso di Andrea Mantegna

La posa di Venere è ripresa dalla statuaria antica, ma in generale essa appare come una donna reale, in tutta la sua voluttuosa bellezza e tiene in mano la freccia d’oro di Cupido disarmato, con la quale genera amore. Si tratta di un’esaltazione dell’amore divino, opposto a quello carnale, che genera Armonia. Quest’ultimo, con in mano ancora l’arco, ha una lunga cerbottana con la quale mira ai genitali di Vulcano, marito di Venere, che è raffigurato nella sua fucina nella grotta. Nella radura, Apollo suona la cetra e le nove Muse danzano beatamente simboleggiando l’armonia universale.

Particalare Pegaso e Mercurio.

Nonostante il suo astruso simbolismo, Il Parnaso è una delle più fresche e nuove opere che il Mantegna abbia creato in questo periodo. Qualunque sia il significato simbolico della scena, essa è valida per quel senso musicale del ritmo e della proporzione che lega le immagini I’una all’altra nella dolcezza del paesaggio. È l’ultimo sogno classico dell’artista ispirato ad un’estetica che già anticipa Raffaello; una visione ideale della bellezza, nella quale la luce e il colore assumono un ruolo di primo piano, precorrendo i rapporti cromatici della pittura del Cinquecento.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

L’ABBRACCIO DI KLIMT: UNA PARTE DELL’ALBERO DELLA VITA

Un uomo e una donna, ornati da tuniche decorate, si uniscono in un abbraccio avvolgente e passionale.

Si tratta dell’opera dal titolo Abbraccio (Die Umarmung in tedesco) di Gustav Klimt.

Dipinto realizzato tra il 1905 e il 1909 con una tecnica mista su carta che misura 194×121 centimetri. Il quadro è custodito a Vienna presso il MAK – Museum Für Angewandte Kunst (in italiano: Museo delle arti applicate).

L'abbraccio di Klimt: storia, simboli e analisi dell'opera
L’abbraccio, Gustave Klimt, 1905 – 1909, Museum für angewandte Kunst, Vienna, Austria.

La commissione per quest’opera arrivò al pittore austriaco con l’intento di decorare il fregio del Palazzo Stoclet di Bruxelles.

 L’Abbraccio di Klimt è parte di un trittico composto da tre pannelli che sono dedicati alla serie dell’Albero della vita:

  1. L’attesa (rappresentata da una danzatrice);
  2. L’abbraccio (il soggetto del nostro racconto);
  3. Il Bacio, una delle opere più famose di Klimt.
Le opere di Klimt sono tra le più riprodotte. CLICCA QUI per saperne di più.

Analisi dell’opera:

In pieno stile secessionista, L’abbraccio è caratterizzato dall’uso della foglia d’oro sullo sfondo dei dipinti.

Questa ispirazione nasce all’artista da un viaggio compiuto a Ravenna nel 1903. Dopo aver visitato i mosaici bizantini delle chiese ravennati, rimase infatti estasiato dalle tessere dorate dei mosaici.

 Le figure rappresentate dall’artista sono volutamente prive di profondità pittorica. Il dipinto rappresenta le due figure che si stagliano contro un fondo bidimensionale, che è decorato con spirali.

Nelle ampie tuniche che indossano i due protagonisti ci sono tantissime decorazioni. Su quella che indossa l’uomo sono raffigurate geometrie grandi e colorate con tonalità che variano: brune, nere e bianche. Infine c’è qualche inserto color rosso, verde e giallo per ravvivare il tessuto delle tuniche.

Lo sfondo invece è realizzato con foglia d’oro, che conferisce brillantezza all’opera di Klimt.Lo spazio è segnato dalla linea di confine tra il suolo e lo sfondo, mentre è assente la prospettiva.

È rara l’abitudine dell’artista a commentare le sue opere, spesso quindi è difficile risalire al significato dei suoi dipinti. Anche se sono abbastanza evidenti i temi, quali, ad esempio, il sesso. E’ un tema che viene trattato dal pittore in modo appassionato.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

FRIDA KAHLO: IL CAOS DENTRO ARRIVA A MILANO – MOSTRA ATTESISSIMA

Frida Kahlo – Il caos dentro è il nome dell’esposizione presente dal 10 ottobre a Milano (presso gli spazi della Fabbrica del Vapore), che durerà fino al 28 marzo 2020.

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Frida Kahlo

Si tratta di un viaggio emozionale nella vita dell’artista messicana, sviluppato grazie alle curatrici dell’evento: Milagros Ancheita, Alejandra Matiz, Maria Rosso.

Un percorso che offre una prospettiva diversa, che racconta la vita professionale e personale di Frida, fatta di passione e talento.

Una narrazione artistica che ripropone gli scatti dei più grandi fotografi del tempo che hanno immortalato Frida Kahlo, i suoi abiti, le sue lettere, i film che la vedono protagonista, la ricostruzione degli spazi in cui visse, come lo studio e la camera da letto.

Tutto è racchiuso in una mostra affascinante in cui la realtà immersiva mette tutti in contatto con lo straordinario mondo dell’artista.

FRIDA KAHLO - II caos dentro - Fabbrica del vapore - Milano - MeloBox
La locandina della Mostra.

INFORMAZIONI UTILI:

Orari e giorni di apertura:

Dal lunedì al venerdì:  09,30 / 19,30

Sabato e domenica: 09,30 / 21,00

ultimo ingresso 30 minuti prima della chiusura.

BIGLIETTI:

  1. Intero: Feriali € 15 – Weekend e festivi 17
  2. Ridotto (Possessori Card Musei Lombardia, Disabili e accompagnatori, Gruppi oltre 15 pax, Carta del docente, 18 App, Possessori abbonamento annuale ATM, Abbonati e clienti occasionali Trenord)
    • Feriali € 12
    • Weekend e Festivi € 14
  3. Ridotto Speciale (Giovani fino a 14 anni, Universitari, Dipendenti del Comune di Milano con badge nominale, Giornalisti con tesserino ODG con bollino dell’anno in corso non accreditati)
    • Tutti i Giorni € 10
  4. Open € 18
  5. Scuole € 5 ( più diritto di prevendita )
  6. Gratuità (bambini fino a 5 anni)

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

VAN GOGH: LA PIÙ GRANDE MOSTRA ARRIVA IN ITALIA

Dal 10 ottobre 2020 all’11 aprile 2021 la città di Padova ospiterà la mostra sull’autore olandese, intitolata Van Gogh. I colori della vita. La location scelta è il Centro San Gaetano della città veneta.

Si tratta di quella che alcuni tra i più grandi profesionisti del settore hanno definito come la più grande mostra su Van Gogh mai organizzata in Italia. Il curatore è Marco Goldin, tra gli autori del film Van Gogh – Tra il grano e il cielo (2018).

Marco Goldin dice addio alle mostre, si ferma Linea D'ombra
In foto: Il critico d’arte Marco Goldin (Treviso, 1961).

Secondo le indiscrezioni la mostra ospiterà 125 opere, di cui 78 del solo Van Gogh. Tra i capolavori esposti ci saranno L’autoritratto con il cappello di feltro e L’arlesiana.

⬇️ ORARI MOSTRA ⬇️

Autoritratto con cappello di feltro (Vincent van Gogh)
L’autoritratto con il cappello di feltro.

ORARIO MOSTRA
(ultimo ingresso 70 minuti prima della chiusura)

da lunedì a giovedì: 10 – 18
venerdì: 10 – 19
sabato: 9 – 20
domenica: 9 – 19

24 dicembre: chiuso

Aperture straordinarie
7 e 8 dicembre: 9 – 19
25 dicembre: 15 – 19
26-27 dicembre: 9 – 20
28-29-30 dicembre: 10 – 19
31 dicembre: 11 – 1 della notte
1 gennaio: 10 – 19
2-3-4-5 gennaio: 9 – 20
6 gennaio: 9 – 19

⬇️ PREZZO BIGLIETTI ⬇️

L'Arlesiana (Van Gogh 1888) - Wikipedia
L’arlesiana (1888).

BIGLIETTI
(prezzi comprensivi di diritto di prenotazione)

Intero € 17,00
Ridotto € 14,00 studenti maggiorenni e universitari fino a 26 anni con tessera di riconoscimento, oltre i 65 anni, giornalisti con tesserino
Ridotto € 11,00 minorenni (6-17 anni)

BIGLIETTI CON VISITA GUIDATA
(prezzi comprensivi di diritto di prenotazione)

Intero € 24,00
Ridotto € 21,00 studenti maggiorenni e universitari fino a 26 anni con tessera di riconoscimento, oltre i 65 anni, giornalisti con tesserino
Ridotto € 18,00 minorenni (6-17 anni)

Per i titolari di biglietto gratuito (bambini fino a 5 anni compiuti – accompagnatore di persone non abili) la visita guidata resta a pagamento (€ 7).

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

LA TEMPESTA DI GIORGIONE: L’ENIGMA NELL’ARTE

I capolavori della storia dell’arte sono destinati a far parlare di sé anche per l’alone di mistero che li circonda. Quale oscuro segreto si cela dietro l’opera più famosa di Giorgione, la Tempesta? Il quesito ha appassionato, negli anni, numerosi studiosi che hanno tentato di risolvere l’arcano mistero. Cosa voleva rappresentare l’autore? Qual è il vero significato del dipinto? La ricerca della soluzione parte da lontano.

Sul finire dell’Ottocento furono smentite le voci che, da tempo, circolavano sul noto quadro. Si riteneva che, in quell’opera, il pittore avesse ritratto la moglie intenta ad allattare il figlio mentre un uomo, probabilmente egli stesso, vegliava sulla scena bucolica. Per questo motivo al quadro era stato attribuito il titolo La famiglia di Giorgione. Dal 1895 si sono susseguite continue ipotesi tutte autorevoli che hanno contribuito ad accrescerne l’importanza. 

La tempesta, il dettaglio ignorato > Artesplorando
La Tempesta, Giorgione (1502-03), Galleria dell’Accademia di Venezia.

Salvatore Settis, nel 1978, suggerisce che il dipinto raffiguri Adamo ed Eva con il piccolo Caino dopo la cacciata dal Paradiso terrestre da parte di Dio la cui presenza è indicata dal fulmine nel cielo. Un’altra ipotesi, avanzata successivamente, è che sulla tela siano raffigurati Maria e Giuseppe in un momento di riposo durante la loro fuga dall’Egitto. Un altro suggerimento è che il dipinto si basi sui “sette eroi contro Tebe” e che la giovane donna sia Issipile, che era la balia del figlio di Licurgo. Avendo chiesto di condurre l’assetato esercito Argivo all’acqua, posò il suo infante a terra, dove venne ucciso da un serpente. Capaneo, uno dei sette contro Tebe, più tardi si trovò presso le mura di Tebe e proclamò che Zeus stesso non poteva fermarlo dall’invadere la città. In risposta Zeus lo colpì con un fulmine. 

Sulla destra, c’è una donna nuda seduta su un panno bianco. Un lembo ne copre a stento le spalle, come una mantellina. Un piccolo arbusto ne copre parzialmente il pube e i fianchi. Se ne sta sola su di un prato. Difesa da una quinta arborea sta allattando un bambino. Più distante, alla sua sinistra, un uomo in piedi, in atteggiamento meditabondo. Sembra che i personaggi, divisi da un ruscelletto, non dialoghino tra loro. La donna indirizza lo sguardo verso lo spettatore. Ne attira l’attenzione con un’espressione fissa, stupita. L’uomo, anche se in apparenza si rivolge alla donna, è come preso dai suoi pensieri. Quasi non si curasse di ciò che sta accadendo. Alle spalle dell’uomo sono raffigurate quelle che sembrano rovine architettoniche. Più in risalto, due colonne di pietra di altezza diversa.

La tempesta di Giorgione: analisi
Il particolare della donna.

Sullo sfondo paesaggistico, un fiume fiancheggia una città con torri ed abitazioni comuni. La città è disabitata. Solamente un rosso uccello bianco se ne sta isolato come di guardia su un tetto spiovente che sovrasta una casa-torre. Il cielo minaccia un temporale e il bagliore di un fulmine squarcia le grigie nubi. Il paesaggio afferra la nostra attenzione. È dominante. È lunatico. È meraviglioso. 

La tempesta di Giorgione: analisi
Il cielo della Tempesta.

L’uomo e la donna nella pittura appaiono ignari della tempesta che infuria dietro di loro. Non sembrano essere in fuga dalla tempesta, né dirigersi verso di essa. Semplicemente, sono in un posto che non li coinvolge separati dalla linea del ponte in legno che taglia orizzontalmente il paesaggio in due. Loro ambiente immediato è calmo e tranquillo. Dove alcuni vedono la tempesta come la manifestazione della potenza e la vendetta di un Dio, altri vedono solo la forza della natura. La natura è indiscriminata, non giudica, non cerca di punirti. È in grado di distruggere, ma non è il caso di preoccuparsi per questo; è semplicemente il senso delle cose e nessun uomo può indurre un fulmine a non colpirlo con la preghiera, con la devozione o con qualsiasi altra azione analoga.

La natura può distruggere ugualmente case coloniche e templi e né l’uomo né gli dèi possono fermarla. Qualunque sia il messaggio, l’artista è l’unica anima che possa comprendere davvero completamente il suo lavoro e lasciare perplesso il pubblico è uno dei segreti di questo lavoro.

Alessia Amato per L’isola di Omero

ARTEMISIA GENTILESCHI: UN TALENTO PRECOCE

Raramente, in passato, il percorso artistico e quello biografico di Artemisia Gentileschi sono stati oggetto di una sintesi logica ed efficace così da analizzare, senza pregiudizi, un prodotto artistico altissimo e sicuramente senza precedenti. È certamente impossibile ignorare quel marzo del 1612 ed il processo intentato da Orazio Gentileschi contro l’amico e collega Agostino Tassi che, nel maggio dell’anno precedente, aveva violentato la figlia Artemisia: infatti, è stato sempre questo episodio a prevalere sull’attività di pittrice della Gentileschi.

Cerchiamo, dunque, di conoscerla meglio.

Artemisia Gentileschi nacque a Roma l’8 luglio 1593, figlia di Orazio Gentileschi e di Prudenza Montone, della quale si sa solo che morì quando la figlia aveva appena dodici anni. La ragazza, fin da giovane, si esercitò nell’arte e nella pittura dimostrando immediatamente una grande tenacia ed abilità. Affinò il proprio stile presso la bottega paterna e superò, in poco tempo, anche gli apprendisti di Orazio. Negli anni successivi, Artemisia crebbe circondata dalle opere degli artisti che in quegli anni stavano lavorando a Roma ed, in particolar modo, dai capolavori di Caravaggio. La pittrice, essendo una donna, non poteva frequentare le usuali scuole d’arte e poté migliorare il proprio stile da autodidatta. A dimostrare il forte influsso della pittura caravaggesca nei lavori della Gentileschi, fu la realizzazione a diciassette anni del quadro Susanna e i vecchioni, probabilmente completato sotto la guida del padre.

Artemisia Gentileschi - Wikipedia
Autoritratto di Artemisia Gentileschi.

Il talento ed il successo di Artemisia Gentileschi furono offuscati da un terribile scandalo che segnò profondamente la sua esistenza e la sua arte. Nonostante la ragazza fosse confinata in casa dal padre, Agostino Tassi, pittore e amico del padre, riesce ad approfittare di lei nonostante i fermi rifiuti di Artemisia. La ragazza viene stuprata a 18 anni. Orazio denuncia il fatto alle autorità dopo circa un anno. Un processo per stupro, all’epoca, segna il disonore di Artemisia che da quel momento in poi, nonostante sia una vittima, viene considerata una poco di buono. Il processo fu molto complesso e, attraverso il gran numero di documenti che sono giunti fino a  noi, è stato possibile scoprire i metodi barbari con i quali il tribunale ha estorto la verità ad Artemisia, ma anche gli imbrogli adoperati da Orazio per aggravare la pena del Tassi. 

Tra le opere di Artemisia Gentileschi realizzate in questo periodo e legate soprattutto a questo triste evento, ricordiamo Giuditta e Oloferne (interpretato dalla critica come un quadro di “ripicca” nei confronti dell’aggressore Agostino Tassi), la Madonna col Bambino e nel 1612 anche la tela Danae. Terminato il processo, per ristabilire la figura di Artemisia, Orazio combinò un matrimonio di sua figlia con Pierantonio Stiattesi, un pittore fiorentino, dal quale successivamente ebbe quattro figli.

A Maastricht, un'inedita Giuditta di Artemisia Gentileschi - ArtsLife
Artemisia Gentileschi, Giuditta e Oloferne (1614- 1620).

In Giuditta che decapita Oloferne, Artemisia esprime la sua voglia di rivalsa nei confronti dell’uomo che l’ha umiliata: sceglie, infatti, di rappresentare il momento in cui Giuditta decapita il generale e non quello successivo della fuga come molti prima di lei; soprattutto, ritrae una donna sicura e risoluta nel compiere questo gesto di rivincita nei confronti del suo oppressore. Lo sfondo è scuro e buio non solo perché la rappresentazione avviene in uno spazio notturno ma anche perché richiama la dimensione inconscia di un macabro incubo. L’unico elemento di arredo è il letto, simbolo della sfera sessuale, luogo di incontro o di scontro tra uomo e donna. Dalla testa recisa di Oloferne, che ha un’espressione di dolore tale da farlo sembrare una maschera, fuoriescono zampilli di sangue che riempiono la scena di dense gocce rosse, elemento di novità assente alla tradizione. La scena è talmente cruda e realistica che, si dice, fu relegata in un angolo di Palazzo Pitti perché impressionava le dame di corte non abituate ad una tale violenza conosciuta, invece, dalla pittrice.

Nel 1614 Artemisia con la sua famiglia si trasferì a Firenze, dove la sua fama crebbe in modo notevole, rendendola molto famosa e dove conobbe alcuni committenti di grande rilievo, come Galileo Galilei e Michelangelo Buonarroti il Giovane. Per quest’ultimo, nipote del celebre Michelangelo, realizzò la tela intitolata Allegoria dell’Inclinazione, che contribuì ad aumentare la propria fama. Tra i vari autoritratti, possiamo ricordare anche Autoritratto come martire, realizzato nel 1615 e conservato attualmente all’interno di una collezione privata.

Durante questi anni, la pittrice realizzò delle tele di grande importanza, tra cui possiamo ricordare la  Conversione della Maddalena e Giuditta e la sua ancella

Conversione della Maddalena - Wikipedia
Conversione della Maddalena e Giuditta e la sua ancella, Artemisia Gentileschi.

Nel 1630 Artemisia giunge con la sua famiglia a Napoli, una città in costante crescita e centro di cultura e di arte. In quegli anni molti altri artisti erano già stati nella capitale partenopea, come lo stesso Caravaggio, Annibale Carracci e successivamente anche Giovanni Lanfranco ed altri importanti nomi. Il successo per la Gentileschi non tarda ad arrivare e così ottiene delle importanti commissioni per la cattedrale di Pozzuoli, dove realizza San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli, L’adorazione dei Magi ed anche i Santi Proclo e Nicea. La pittrice realizza anche Nascita di San Giovanni Battista, opera che oggi viene conservata al Museo del Prado. Circa otto anni dopo, Artemisia si trasferisce temporaneamente a Londra per raggiungere il padre Orazio il quale stava lavorando presso la corte di Carlo I per decorare un soffitto. Carlo I richiese esplicitamente l’intervento di Artemisia Gentileschi e lei non poté tirarsi indietro.

Nascita di san Giovanni Battista - Wikipedia
Nascita di San Giovanni Battista, Artemisia Gentileschi.

Indomita, forte, talentuosa: Artemisia era nata per dipingere. Ascoltò il suo talento e la sua inclinazione raffigurando non nature morte o paesaggi ma soggetti sacri, storici, eroine bibliche perché attraverso di esse riuscì ad esprimere meglio il dolore e la drammaticità che avevano segnato indelebilmente la sua esistenza. Artemisia si scontrò con i pregiudizi e l’ottusità del suo tempo senza aver mai avuto paura di seguire la propria strada. Il messaggio che giunge attraverso le sue opere è che anche la sofferenza e la vergogna possono essere sublimate in bellezza. In un mondo in cui la violenza sulle donne è ancora drammaticamente attuale, storie come la sua possono essere di esempio per tutte affinché non perdano mai la propria voce ed il coraggio di denunciare i soprusi, lottando attivamente contro abitudini tossiche e comportamenti umilianti e sviluppando il talento contro stereotipi antiquati.

Alessia Amato per L’isola di Omero

DELACROIX: IL PRINCIPALE ESPONENTE DEL ROMANTICISMO FRANCESE

Eugène Delacroix è considerato il massimo esponente del Romanticismo Francese, ovvero quel periodo che ha interessato gli artisti d’oltralpe nel corso dell’Ottocento.

Egli studiò da autodidatta ammirando i capolavori dei maggiori pittori italiani che si trovavano al Louvre; tra questi Michelangelo, Tiziano, Raffaello, e Giorgione.

Amante della cultura esotica, Delacroix preferiva sperimentare stili e generi diversi. La sua ricerca artistica comprendeva infatti soggetti storici, mitologici, letterari, paesaggi attraverso l’impiego di pittura ad olio, acquerello, murale, affresco e pastello.

Eugène Delacroix - Wikipedia
Eugène Delacroix (Charenton-Saint-Maurice, 26 aprile 1798 – Parigi, 13 agosto 1863).

Il suo stile era fondato sulla celebrazione del coloredel movimento e della drammaticità: poche pennellate, nervose, intense per coinvolgere e destare stupore nello spettatore.

Il pittore, inoltre, iniziò a sperimentare sulla tela la divisione dei colori, in particolare la loro esaltazione creata attraverso l’accostamento di tinte e toni diversi tra loro, come i colori primari puri con i loro complementari, secondo la teoria del contrasto luministico.

La libertà guida il popolo, Eugene Delacroix > Artesplorando
La libertà guida il popolo (1830) di Eugene Delacroix (Museo del Louvre).

Tra le sue opere più famose spiccano La libertà guida il popolo (1830), La morte di Sardanapalo (1827), Donne di Algeri nei loro appartamenti (1834), Il massacro di Scio (1824), e La Barca di Dante (1822).

Negli ultimi anni della sua vita, lo stile dell’artista mutò a seguito di un viaggio in Africa. Affascinato dalla luce e dall’autenticità dei luoghi, le raffigurazioni di paesaggi e donne esotiche saranno da questo momento una costante delle sue opere.

Eugène Delacroix si spense a Parigi il 13 agosto 1863, lasciando un’immensa produzione artistica che tutt’oggi compone alcune delle sale più importanti del Louvre.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

CONVERSIONE DI SAN PAOLO DI CARAVAGGIO: CONFRONTO TRA LE DUE VERSIONI

Roma, Luglio 1600. Monsignor Cerasi, tesoriere di Papa Clemente VIII, acquista una piccola cappella nella Chiesa di Santa Maria del Popolo e chiede a Michelangelo Merisi da Caravaggio la realizzazione di due quadri su tavola con la Crocifissione di San Pietro e la Conversione di San Paolo. Caravaggio è molto rapido nell’eseguire il lavoro, ma i lavori nella cappella sono in alto mare, cosicchè gli viene chiesto di tenere le due tavole nel suo studio. Sappiamo però che i due dipinti non furono mai appesi alle pareti cui erano destinati, al cui posto oggi si trovano altre due tele con lo stesso soggetto, che Caravaggio eseguì in sostituzione delle prime. 

Prima versione dell’opera.

Per quanto riguarda la Conversione di San Paolo, la prima versione è custodita dalla famiglia Odescalchi e si presenta molto legata alla tradizione cinquecentesca. 

Invece nella versione della Cappella Cerasi, a un primo sguardo, l’opera rappresenta una drammatica caduta da cavallo e la mole dell’animale è così prevalente che il dipinto, ha scritto ironicamente Roberto Longhi, potrebbe intitolarsi Conversione di un cavallo.

Confronto tra la prima versione (a sinistra) e la seconda (a destra).

L’assenza di azione, la staticità e il silenzio sono funzionali a rendere visibile l’incontro con Dio. Un Dio che è assente, ma solo in apparenza; sono gli occhi sigillati di Saulo a contemplarne la visione. Disarcionato, Saulo tiene le braccia spalancate, come ad accogliere qualcosa o qualcuno, ed è illuminato da una luce proveniente dall’alto, che accarezza il cavallo prima di arrivare a lui. E il cavallo assume un ruolo inedito: ancora ansimante, si pone di traverso, quasi a sbarrare il cammino al futuro apostolo. Un tempo, chi cavalcava, deteneva il potere; qui Saulo, disarcionato, è in balia del suo animale. 

E Caravaggio sembra volerci dire che è solo da questa prospettiva, apparentemente sfavorevole, che egli è pronto ad incontrare Dio.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Velázquez e las meninas: CAPOLAVORO ENIGMATICO DELLA PITTURA OCCIDENTALE

L’opera, la cui intitolazione deriva da un termine di origine portoghese che indica le damigelle d’onore, rappresenta un vasto ambiente dell’Alcazar di Madrid; la luce penetra da due finestre che
si aprono sulla parete di destra, raffigurata di taglio e in scorcio, e dalla porta aperta sul fondo; la parete di sinistra è invece occultata dalla grande tela in primo piano.

Nella stanza sono presenti dieci personaggi. Da sinistra a destra in primo piano: Velázquez stesso, accanto alla tela, con pennelli e tavolozza; donna Maria Augustina de Sarmiento, una delle damigelle d’onore; l’infanta Margherita; la seconda menina donna Isabel de Velasco; la nana Mari Bárbola e il nano Nicolás Pertusato, che sta appoggiando un piede sul dorso del cane accovacciato.


Più indietro, in atto di conversare, sono donna Marcela de Ulloa e un uomo, in abito nero. Oltre il riquadro della porta semiaperta, controluce su una breve scalinata, è il sovrintendente ai palazzi
reali José Nieto Velázquez, ben lontano dall’omonimo cognome del pittore.

Las Meninas, la magnum opus di Diego Velázquez
Las Meninas (1656), Diego Velázquez, Museo del Prado (Madrid).

Siamo immediatamente colpiti dalla direzione degli sguardi di molti dei personaggi rappresentati, tra i quali il pittore stesso, concentrati su un punto esterno al quadro. Velázquez si è raffigurato
nell’atteggiamento caratteristico del pittore che, allontanandosi dalla tela, osserva il modello per confrontarlo con l’immagine che sta dipingendo.

Ci sentiamo al centro di più sguardi, che tuttavia non possono essere diretti su di noi, dal momento che el pintor sta osservando il suo modello e l’Infanta appare in posa. Un’ipotesi è che si tratterebbe
di un autoritratto-ritratto allo specchio, teoria però invalidata dalla presenza di alcuni elementi presenti all’interno del quadro
.

Las Meninas (Velázquez) - Wikipedia
Diego Velázquez, rappresentatosi nel dipointo.

Sulla parete di fondo, al di sotto di due grandi tele in semioscurità, si nota un terzo riquadro, uno specchio in realtà, entro il quale si delineano, sotto una tenda purpurea, due figure, ossia i sovrani Filippo IV e Marianna. Verrebbe così risolto l’enigma degli sguardi ignoti.

Con una sorta di omaggio cortigiano, il pittore avrebbe contrapposto all’evidenza materiale della tela l’immagine sublimata dello specchio.

Di certo Las Meninas è un dipinto intenzionalmente ambiguo, che si offre allo spettatore come un quadro dalla lettura a diversi livelli. Difatti, può essere letto in primo luogo come un autoritratto, sia pure di carattere molto particolare e poi, come già detto in precedenza, anche come un insieme di ritratti. Certo, se l’intento principale era quello di un
elogio alla figura di Velázquez come pittore di corte, avrebbe potuto farlo in altra maniera ma, ricordiamo, che escludere del tutto l’immagine dei sovrani che, in questo stratagemma di giochi di specchi e riflessi, avrebbe comportato alla diminuzione del suo ruolo all’interno della corte stessa.


Che l’artista non fosse inconsapevole di tale rischio risulta dalla citazione dei due miti raffigurati nei due quadri della parete di fondo: due copie di Juan Bautista del Mazo della Favola di Aracne di Rubens e di Apollo e Pan di Jordaens, ammonimenti contro l’invidia degli dei nei confronti di quei mortali che peccano d’orgoglio con la loro abilità e ingegno.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero