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DONNA CHE PIANGE: L’INDAGINE PSICOLOGICA FEMMINILE DI PICASSO

Donna che piange di Pablo Picasso, conservato al Tate Modern di Londra, è il risultato di uno studio meticoloso dispiegato in sue numerose versioni, conclusosi poi, nel 1937, con quest’ultima e peculiare riproduzione che andremo ad analizzare.

Anzitutto, la protagonista dell’opera è Dora Maar, forse la più nota amante del pittore spagnolo, soggetto anche di altre tele degli anni ’30 e ’40, di stampo realistico e cubista. Basti pensare alla figura che sorregge la lampada al centro di Guernica o al ritratto, sempre del 1937, che la vede seduta su una sedia a braccioli.

Donna che piange di Picasso: analisi
Donna che piange, Pablo Picasso.

La raffigurazione di una donna mesta, nasce dall’intento dell’artista che vuole dare alla femminilità l’accezione di introspezione psicologica senza ricorrere alla mera superficialità figurativa della donna stessa. In un certo senso Picasso, vuole sottolineare l’identità psicologica della donna, spesso considerata solo una musa dalla bellezza superlativa, ignorandone la sfera emotiva, abitata da pensieri e da sentimenti, al pari degli uomini, se non più profondi.

”La mia vita con Picasso” è il libro scritto da Françoise Gilot, la pittrice che per quasi dieci anni condivise il mondo e la vita del grande artista, diventando la sua musa.

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La scomposizione cubista “spalma” sulla tela la rappresentazione del volto della Maar, rigato dalle lacrime, circoscritto dal cappello rosso con un fiore blu e dalle mani intente ad asciugare il pianto.

Nonostante la matrice cubista e i colori netti, decisi la figura non è deformata; piuttosto la composizione sembra richiamare alla mente alcuni lavori di Henri Matisse, tra i quali potremmo citare Donna col cappello del 1905 e il contemporaneo (a Picasso) Signora in blu del 1937.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

PRERAFFAELLITI: IL MONDO ONIRICO E FIABESCO IN ETA’ VITTORIANA

La Confraternita dei Preraffaelliti era una corrente artistica formata da pittori britannici nel corso del periodo dell’Inghilterra Vittoriana (1837-1901).

 Le opere eseguite in questo contesto sono figlie di una pittura piena di colore, e di suggestive contaminazioni letterarie. Le pennellate lucenti, attraverso immagini nitide e particolareggiate, donano al mondo onirico e fiabesco una profonda realtà.

Ofelia: storia di una donna da Shakespeare a Millais - Lo Sbuffo
Ophelia (1851–1852), dipinto di John Everett Millais. 76 cm x 1,12 m,  Tate Gallery di Londra.

preraffaelliti fondano il loro movimento in contrapposizione alla Royal Academy inglese e alle canonizzazioni da essa imposte. La rottura con la tradizione porta a non dipingere più ritratti rispettosi, e all’esecuzione di panorami suggestivi ma distanti.

Il preraffaellismo parla all’anima, cerca di ritrovare nello spettatore lo stesso sguardo stupito di un bambino incantato davanti alle illustrazioni dei libri fiabeschi.

Tale cambiamento avvenne perché l’epoca vittoriana fu sicuramente un periodo di grandi contrasti e di mutamenti. Una fase di grande moralismo, di serietà, a cui si contrapponevano interessi bizzarri e fantasiosi; un periodo di luci e ombre, di contrasti sociali sempre più accentuati, di grandi scoperte e di nuove domande.

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I maggiori pittori preraffaelliti includono i tre fondatori del movimento: John Everett MillaisDante Gabriel Rossetti William Hunt. A questi si unirono successivamente Ford Madox BrownWilliam Trost Richards, William MorrisEdward Burne-Jones e  John William Waterhouse.

Perché il nome ”Preraffaelliti”?

I preraffaelliti non vogliono rompere solo con la tradizione scolastica inglese, ma a monte, con la tradizione rinascimentale che ha creato le basi per i canoni estetici moderni.

Lady Lilith - Wikipedia
Lady Lilith (1866–1868), Dante Gabriel Rossetti. Delaware Art Museum.

Il termine “preraffaelita” è un riferimento all’arte esistita prima di Raffaello Sanzio, pittore ritenuto ”colpevole” dagli esponenti di questo movimento di aver inquinato l’arte esaltando l’idealizzazione della natura e il sacrificio della realtà in nome della bellezza, e permesso gli sviluppi dell'”odiato” accademismo.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

CIMABUE (1240-1302): L’ALBA DI UNA NUOVA ARTE ITALIANA

Colui che «tenne lo campo» nella pittura fiorentina del XIII secolo prima di Giotto, fu Cenni di Pepo, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Cimabue.

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Ritratto del Cimabue dalle Vite di Vasari.

Secondo le scarse notizie biografiche giunteci, egli nacque verso il 1240; lavorò, oltre che a Firenze, a Roma, ad Assisi, ad Arezzo e a Pisa, dove morì nel 1302, poco dopo l’esecuzione della figura di San Giovanni nel mosaico absidale del Duomo.

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San Giovanni Evangelista, 1301-1302, mosaico (disegno), Pisa, Duomo.

Ispiratosi ai modelli bizantineggianti del tempo e particolarmente sensibile alla drammaticità di Giunta Pisano e al plasticismo di Coppo di Marcovaldo, egli sviluppò una figurazione dalle forme squadrate e grandiose, definite da contorni robusti e decisi, tali da suggerire valori di profondità e di rilievo.

Le opere più famose di Cimabue:

La Madonna di Santa Trìnita ora agli Uffizi, sorge al culmine di un trono fastoso, ai cui lati, sono disposti numerosi angeli; l’intera composizione appare sospesa sulle sottostanti arcatelle, quasi come fosse un’apparizione.

Il marcato disegno che ne delinea i contorni, sottolinea la presenza delle figure barbute e corrucciate dei Profeti, apparentemente compresse entro il ristretto spazio delle arcate presenti sotto la base del trono.

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Maestà di Santa Trinita, 1290-1300 circa, tempera e oro su tavola, 385×223 cm, Firenze, Uffizi.

Una simile affollata raffigurazione la troviamo anche negli affreschi del coro del transetto della Basilica di Assisi, decorati da Cimabue nel 1288 circa. Qui le scene degli Evangelisti delle storie della Passione, della vita della Vergine, di San Pietro, e delle Visioni dell’Apocalisse, appaiono purtroppo annerite e consunte a causa di un’alterazione chimica dei colori, coi valori di chiaroscuro invertiti (come nei negativi fotografici).

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Luciano Bellosi nel suo libro su Cimabue presenta il giovane pittore nel contesto storico, politico e culturale dell’Italia centrale e della Toscana dell’epoca e analizza, tra le altre, l’opera più antica di Cimabue giunta fino a noi: il “Crocifisso di San Domenico” ad Arezzo. Clicca qui.

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Tuttavia, i particolari ancora leggibili attestano l’altezza e l’intensità dell’ispirazione di Cimabue, nella cui arte, come già anticipato, culminano in un grandioso connubio di solenni canoni ritmici dell’oriente bizantino e l’accentuato espressionismo drammatico dell’Occidente romanico.

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Affreschi nella basilica superiore di San Francesco ad Assisi, scena della Crocifissione presente nella sezione dedicata all’Apocalisse, 1288-1292 circa.

Ogni modo, con la Crocifissione aretina della chiesa di San Domenico del 1270, Cimabue ruppe gli schemi bizantineggianti, rinnovando l’iconografia di Cristo morente, rendendolo più arcuato ed esasperandone il pittoricismo che interessa gli incarnati, sottolineando un vigore e una volumetria muscolare mai visti prima.

Certamente anche il Crocefisso fiorentino di Santa Croce, richiama quello aretino, ma la resa pittorica rappresenta nuovamente un’importante rivoluzione: l’assenza di pesanti pennellate, donano all’intera composizione un naturalismo commovente.

Crocifisso di Santa Croce - Wikipedia
Crocifisso di San Domenico, 1268-1271 circa, tempera e oro su tavola, 336×267 cm, Arezzo, chiesa di San Domenico

Crocefissi di Arezzo e S. Croce
Crocifisso di Santa Croce, 1275-1280 circa, tempera e oro su tavola, 448×390 cm, Firenze, Museo di Santa Croce.

Si può quindi evincere come Cimabue crei un passaggio dal mondo figurativo medievale ad un altro in cui prevalgono il disegno e il rilievo sui valori puramente cromatici. Egli pone le basi per l’insediamento delle radici della tradizione pittorica giottesca e fiorentina.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

L’ASTRONOMO DI VERMEER: DALL’OSCURITÀ’ ALLA CONOSCENZA

L’Astronomo del pittore olandese Jan Vermeer (Delft, 31 ottobre 1632 – Delft, 15 dicembre 1675) è un dipinto olio su tela di modeste dimensioni (50,8 x 46,3 cm), conservato al Museo del Louvre di Parigi. Il soggetto raffigurato è appunto quello di un astronomo, ripreso di lato, intento nello scrutare e nel toccare con la mano destra un mappamondo.

A causa del posizionamento della finestra, la parte dell’opera destinata al globo celeste è più luminosa rispetto a quella predisposta per il corpo dello studioso. La mano tesa dell’astronomo verso la luce induce l’osservatore del dipinto a pensare che lo stesso soggetto ricerchi la conoscenza, la trasparenza, e la chiarezza per elevarsi dall’oscurità, che simboleggia l’ignoranza.

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Astronomo (Vermeer) - Wikipedia
L’Astronomo (1668), Jan Vermeer. Museo del Louvre (dal 1983).

Gli elementi essenziali della composizione sono manufatti e strumenti dotati di un verismo materico tale da poterne riconoscerne addirittura la fattura.

Il globo, che è l’elemento centrale del dipinto, risulta essere un tema caro all’autore in quanto compare in altre due opere del pittore olandese: nell’Allegoria della Fede cattolica (1671-1674 circa) e nel Geografo (1668-1669 circa); in tutti e tre i casi, l’elemento è composto in un simile formato, fornisce una identica fisionomia al protagonista, ed è collocato nella medesima ambientazione.

Copertina del libro di Otto Pächt, che si occupa di uno dei problemi centrali della storia dell’arte occidentale: la nascita di un nuovo tipo di pittura negli antichi Paesi Bassi, quella fiamminga; gli artisti che furono i promotori di questo rinnovamento sono il Maestro di Flémalle e i fratelli Van Eyck, mentre il Polittico di Gand appare come opera centrale che apre, al tempo stesso, nuove discussioni. Clicca qui.

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Nell’Astronomo Vermeer impiega tonalità tenui, spente e neutre, grazie alla sapiente modulazione della saturazione cromatica declinata su valori bassi. L’originario contrasto tra complementari, tra le fredde gradazioni delle stoffe e le calde sfumature dell’ambiente, è temperato dalla luce naturale filtrata dai vetri opachi della finestra.

Si tratta di un dipinto elegante, che gli amanti dell’arte fiamminga che si recano a Parigi non possono perdere.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

MICHELANGELO: LE SUE LITI E IL RAPPORTO CON LEONARDO

”Si dipinge col cervello et non con le mani”.

(Michelangelo Buonarroti)

Michelangelo Buonarroti non è stato solo uno scultore, un pittore, un architetto o un poeta italiano. Egli è considerato uno dei più grandi artisti di sempre. Le sue opere hanno condizionato a tal punto l’arte italiana da creare una scuola a cui si ispireranno gli artisti successivi, e che viene indicata con il nome manierismo.

  1. Chi era Michelangelo?
  2. Quale era la visione di Michelangelo?
  3. Il carattere inquieto: le liti di Michelangelo.
  4. Il rapporto con Leonardo.
A cena con Michelangelo Buonarroti | informatorecoopfi.it
Michelangelo Buonarroti (Caprese, 6 marzo 1475 – Roma, 18 febbraio 1564).

1. CHI ERA MICHELANGELO?

Michelangelo nasce a Caprese, in provincia di Arezzo, da una famiglia di nobili fiorentini ormai in declino. A 12 anni approda alla bottega di Domenico Ghirlandaio, uno dei più importanti artisti fiorentini dell’epoca. Completa la sua formazione presso il giardino di San Marco, un’accademia di giovani artisti sostenuta economicamente da Lorenzo il Magnifico. Le opere di Michelangelo colpirono così nel profondo il signore di Firenze, che decise di ospitare l’artista presso il palazzo di Via Larga, residenza della famiglia Medici.

I chiostri di Firenze da visitare almeno una volta nella vita
Vista dei giardini di San Marco, oggi museo.

L’arte scultorea di Michelangelo è indissolubilmente legata al candore del marmo di Carrara. L’artista osservando il blocco di marmo vedeva all’interno una figura imprigionata che solo lui era capace di liberare e rendere visibile al mondo. Così nascono capolavori come la splendida Pietà Vaticana, realizzata quando egli aveva solo 23 anni.

Pietà Vaticana. Michelangelo Buonarroti
Pietà Vaticana (1498–1499), Basilica di San Pietro.

Michelangelo è anche l’autore degli affreschi sulla volta e sulla parete di fondo della Cappella Sistina; capolavoro di proporzioni colossali che da solo riesce a fornire un’idea completa di ciò che un uomo è capace di raggiungere, parafrasando le parole del poeta tedesco Goethe. Ma non solo: la poliedricità del grande artista è evidente quando, ormai settantenne, assunse l’incarico di dirigere i lavori per la monumentale Basilica di San Pietro in Vaticano.

2. QUALE ERA LA VISIONE DI MICHELANGELO?

Michelangelo in vita poté godere dell’appoggio di molti influenti mecenati. Tra questi, oltre il sopracitato Lorenzo il Magnifico, si ricordano soprattutto il cardinale Jacopo Galli, i papi Alessandro VI e Giulio II. Ciononostante dimostrò una forte indipendenza creativa, realizzando opere senza un preciso committente, ma destiate ad essere vendute a chi fosse realmente interessato. Era una cosa assolutamente nuova per l’epoca.
Una visione molto progressista, che rivoluzionava del tutto il concetto di Arte. Da quello che si presuppone, infatti, per Michelangelo l’artista non era solo colui che produceva opere per soddisfare il mecenate di turno; ma egli doveva offrire il suo talento al miglior offerente, seguendo esclusivamente la propria creatività .

3. IL CARATTERE INQUIETO: LE LITI DI MICHELANGELO

SIMBOLOGIA DEL TONDO DONI DI MICHELANGELO - Polisemantica
Tondo Doni (1504–1506), Michelangelo Buonarroti, Galleria degli Uffizi.

Ci sono almeno un paio di episodi che testimoniano il fatto che Buonarroti non aveva un buon carattere.

Un giorno fece infuriate a tal punto lo scultore Pietro Torrigiano, che questi lo colpì violentemente con un pugno, compromettendo la fisionomia del volto dell’avversario.

In un’altra circostanza, di fronte al ricco mercante Agnolo Doni, che cercava di pagare di meno il dipinto che aveva commissionato, l’artista riprese indietro la sua opera obbligando il cliente a pagare il doppio per riaverla indietro. Doni, a malincuore, pagò.

4. IL RAPPORTO CON LEONARDO:

Michelangelo era anche l’autore della scultura forse più famosa al mondo, il David. All’epoca nacque una discussione sulla collocazione dell’opera a Firenze; si istituiti persino un comitato guidato da Leonardo da Vinci, per decidere dove porla. Leonardo propose come location la Loggia dei Lanzi, luogo che era al coperto e quindi adeguato per proteggere la scultura. Michelangelo voleva, invece, che la statua fosse collocata ai piedi di Palazzo Vecchio, dove avrebbe goduto di maggiore visibilità. Buonarroti riuscì ad avere la meglio.

David (Michelangelo) - Wikipedia
David, (1501-04), Galleria dell’Accademia di Firenze (dal 1873).

Che tra Leonardo e Michelangelo ci fosse rivalità e rispetto non è un mistero. Nel 1504 venne commissionato a Michelangelo un affresco sulla parete della sala grande del consiglio di Palazzo Vecchio, che doveva celebrare la vittoria dei fiorentini della battaglia di Cascina. La parete a lato venne affidata a Leonardo, che la utilizzò per raffigurare la battaglia di Anghiari.

Battaglia di Cascina (Michelangelo) - Wikipedia
Battaglia di Cascina, Michelangelo (1505-1506).
Battaglia di Anghiari (Leonardo) - Wikipedia
Battaglia di Anghiari, Leonardo (1504–1505).

Questo incarico fu visto dai contemporanei come una vera e propria sfida tra i due. Lasciamo decidere a voi quale sia l’opera realizzata con miglior fascino. Scrivetecelo nei commenti.

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Copertina di ‘‘Michelangelo. L’opera completa. Ediz. illustrata” di Frank Zöllner.

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Cosimo Guarini per L’isola di Omero

pantheon di parigi: LA MERAVIGLIA DEL QUARTIERE LATINO

Quando si usa il termine Pantheon spesso si pensa subito a quello italiano situato a Roma. Ma anche Parigi possiede una struttura simile, che ha un analogo nome e con una storia importante.

Ti trovi in vacanza nella capitale francese? Devi sapere che il V arrondissement, meglio noto come Quartiere Latino, ospita una struttura religiosa dedicata a Sainte-Geneviève, patrona della città e della polizia. Il Pantheon del resto è collocato proprio in cima alla collina che prende il nome della Santa.

Pantheon (Parigi) - Wikipedia
Il Pantheon visto dall’esterno.

La sua costruzione è iniziata nel 1756 per volontà di Luigi XV e venne completata nel 1789. Inizialmente fu progettato per diventare una chiesa, in quanto il sovrano aveva deciso i costruire l’edifico in seguito ad un voto effettuato per guarire da una malattia; successivamente prese le sembianze di un mausoleo che contiene le salme dei personaggi di rilievo della storia di Francia. Tra i nomi delle personalità di cultura i cui corpi sono conservati all’interno non si possono non ricordare Voltaire, Jean-Jacques Rousseau e Alexandre Dumas.

Interior Arches and Domes The Panthéon Paris France ...
Il Pantheon visto all’interno.

3. Come arrivarci?

Métro: linea 10 (stazione Cardinal Lemoine), linea 7 (stazione Jussieu) o RER B (stazione Luxembourg) – Bus : 21, 27, 38, 82, 84, 85, 89

Porzione della mappa di Parigi: In rosso il Pantheon, non lontano dai famosi Giardini di Lussemburgo e dal Centro Pompidou.

4. Orari di apertura:

Aprile-settembre dalle 10 alle 18:30, ottobre-marzo dalle 10 alle 18. Chiuso il 1 gennaio, il 1 maggio e il 25 dicembre.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il Codice di Hammurabi: la più antica raccolta di leggi scritte della storia

Era l’inverno fra il 1901 e il 1902 quando, fra le rovine della città di Susa (capitale dell’antico Elam), l’archeologo Jaques de Morgan scoprì una delle più antiche e vaste raccolte di leggi scritte: il Codice di Hammurabi.

Il re babilonese Hammurabi

Hammurabi fu il re di Babilonia, e regnò dal 1792 al 1750 a.C. . In seguito a varie vittorie estese l’impero dal golfo Persico, attraverso la valle del Tigri e dell’Eufrate, sino alle coste del mar Mediterraneo. Fece di Babilonia la capitale del regno e, dopo aver consolidato le sue conquiste, difese le frontiere e garantì la prosperità dell’impero.

Il Codice

Le 282 disposizioni furono scolpite con caratteri cuneiformi su una stele di diorite nera, alta più di 2 metri.

Alla sommità troviamo il re in piedi, che venera il dio della giustizia, seduto sul trono. Il dio porge ad Hammurabi il codice delle leggi, considerate appunto di origine sacre.

La consegna del Codice di Hammurabi

La lingua con cui è stato scritto è quella accadica, parlata in Mesopotamia.

Dopo il prologo iniziale, troviamo i 282 articoli che riguardano varie categorie sociali e di reati, che comprendono anche rapporti familiari, commerciali ed economici, edilizia, regole per l’amministrazione del regno e giustizia.

La struttura del Codice

  1. I processi (1-5).
  2. Alcuni reati contro il patrimonio (6-26).
  3. La scomparsa della persona fisica (27-32).
  4. Alcuni reati propri dei militari (33-36).
  5. I diritti reali (37-65).
  6. Disposizioni perdute (66-99).
  7. Alcune disposizioni su obbligazioni e contratti (100-126).
  8. La calunnia (127).
  9. Rapporti familiari (128-195).
  10. Alcuni reati contro la persona (196-214) (qui sono contenute le notissime disposizioni sulla legge del taglione, come le nn. 196 e 200 sulle lesioni agli occhi e ai denti).
  11. Altre disposizioni su obbligazioni e contratti (215-282).
Alcuni dettagli del Codice

La legge del taglione

Oltre all’organicità normativa, il Codice di Hammurabi deve la sua fama anche alla codificazione della cosiddetta legge del taglione.

Essa prevedeva che la vittima di un danno poteva infliggere all’autore dello stesso un danno in egual misura (il cosiddetto “occhio per occhio”). Ma questa disposizione era applicata con un’equità diversa rispetto a quella attualmente conosciuta.

La civiltà mesopotamica, infatti, era suddivisa in classi. Alla sommità della piramide sociale vi erano gli awilu (“uomini civilizzati”), cioè i nobili e coloro che esercitavano funzioni politiche e di governo. Seguivano i mushkenu (“coloro che si sottomettono”), uomini semiliberi e senza proprietà. Ultimi nella gerarchia erano i wardu, ossia schiavi e servitori, che potevano essere acquistati e venduti.

La gravità della pena era legata allo status sociale del responsabile.

Perché è così importante?

Si parla di una delle prime raccolte organiche di leggi a noi pervenute, che esplicita il concetto giuridico della conoscibilità e della presunzione di conoscenza della legge. Per la prima volta nella storia del diritto, i comportamenti sanzionabili e le pene corrispondenti vengono resi noti a tutti.

All’avanguardia rispetto ai tempi più moderni è la suddivisione del testo in articoli: ogni disposizione normativa del codice, infatti, è numerata, il che ne consente il richiamo in modo facile.

Dove si trova?

La stele costituisce uno dei gioielli della collezione di Antichità orientali del Museo del Louvre, a Parigi. Al Pergamonmuseum di Berlino, invece, ne troviamo una copia.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Venere e Adone: lo specchio della mitologia secondo Tiziano

Tra le numerose tele che Tiziano dedicò in età matura al tema mitologico dell’amore tra Venere e Adone (tra queste, citiamo quelle della Galleria Nazionale di Roma e del Metropolitan Museum di New York), il dipinto del 1553, conservato al Museo del Prado di Madrid, spicca maggiormente poiché fu il primo ad essere prodotto. 

L’opera svolge un ruolo importante per gli studi sulla ricostruzione artistica dell’artista: ne segna la committenza del re di Spagna Filippo II che, a partire dal 1554 fino alla morte di Tiziano, avvenuta nel 1576, fu il suo principale mecenate.

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Ritratto di Filippo II.

Contrariamente alle opere con medesimo soggetto degli anni giovanili, in questo dipinto, Tiziano si confronta con i miti antichi con un atteggiamento del tutto diverso.


In foto: Venere e Adone (1553–1554), Tiziano Vecellio. Collocato presso il Museo del Prado.

Alle celebrazioni festose del mondo classico, accompagnate da esuberanti composizioni dai colori brillanti (come le opere per il ‘’camerino d’alabastro’’ del duca d’Este), si contrappone qui una sonora malinconia che sfocia anche in tragedia, in violenza e in una crudeltà, spesso nascosta dai primi sentimenti percepiti, perlopiù allegri e spensierati di alcune favole antiche.

Difatti, la tela del Prado non sfugge a questa caratteristica: Tiziano ritrae il triste momento in cui Venere viene abbandonata dall’amato Adone, troppo preso dalla passione per la caccia, che, in un certo senso, anticipa la sua morte, avvenuta a opera di un cinghiale inferocito.

In realtà, come viene sottolineato dallo storico Augusto Gentili, ‘’il tema della caccia è una metafora della vita umana sempre peregrinante e soggetta al capriccio del caso e alla crudeltà degli dei’’.

Il mesto sentimento è altresì sottolineato dal contrasto cromatico del luminoso e idillico paesaggio in cui essa è ambientata.

Quanto ai modelli anatomici, il corpo marmoreo di Venere è presumibilmente ispirato al Letto di Policleto, noti rilievi antichi raffiguranti Cupido e Psiche, che Tiziano poteva aver ammirato durante il soggiorno romano del 1545-1546.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

Poveri in riva al mare: l’emblema del Periodo Blu di Picasso

Realizzato da un 22enne Picasso nel 1903, Poveri in riva al mare è un dipinto a olio su tela, quello che forse, sintetizza al meglio tutte le influenze a cui il pittore spagnolo fu esposto agli esordi della sua carriera.

Il cosiddetto Periodo Blu di Picasso racchiude gli anni che vanno dal 1901 al 1904, lasso di tempo in cui, l’artista si stabilisce a Parigi, dove respira l’espressionismo dei Fauves e il forte accademismo ben evidente anche in quest’opera. La capitale francese per Picasso però, non rappresenta solo una nuova interpretazione artistica ma anche un luogo dove vide morire suicida il suo amico fraterno Carlos Casagemas. Questo triste evento diede origine alla produzione artistica del pittore.

Poveri in riva al mare" di Picasso: analisi

In foto: il dipinto (1,05 m x 0,69 m), conservato presso il Cleveland Museum of Art, Cleveland.

Il periodo blu si fonde quindi, a un velato pessimismo cosmico di leopardiana memoria, dove l’insoddisfazione e la tristezza diventano una visione eterna ed immutabile con una natura indifferente alla sofferenza umana.

I tre personaggi raffigurati sono un chiaro riferimento alla Sacra Famiglia. Essi si stagliano su uno scenario dominato, appunto, dal colore blu e dalle sue sfumature che delineano i contorni delle figure, del cielo, del mare e della sabbia.

Il dolore, la tristezza, la stessa povertà e la rassegnazione dei personaggi sono accentuati dai colori freddi utilizzati che annullano un qualsiasi tipo di fuoriuscita dalla situazione negativa in cui si trovano. Inoltre, i sentimenti oppressivi si denotano dall’atteggiamento: la schiena ricurva, la testa bassa, le braccia strette al petto che ne sottolineano una chiusura al mondo esterno.

Potremmo però, interpretare come simbolo di apertura, il gesto del bambino: la sua mano destra sulla gamba sinistra dell’uomo come a voler cercare calore e conforto.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

Giuditta e Oloferne: tra virtù e moti emotivi caravaggeschi

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, realizzò il dipinto olio su tela intitolato Giuditta e Oloferne nel 1599. Attualmente è collocato presso la Galleria nazionale d’arte antica, in Palazzo Barberini a Roma.

Commissionato dal noto banchiere romano Ottavio Costa, il quadro ripropone l’episodio biblico, dal libro omonimo, della decapitazione del condottiero assiro Oloferne da parte della giovane ebrea e vedova Giuditta.

Giuditta e Oloferne Caravaggio analisi
Giuditta e Oloferne, Caravaggio (1599).

‘’Quando si fece buio, i suoi servi si affrettarono a ritirarsi […] Rimase solo Giuditta nella tenda e Oloferne buttato sul divano, ubriaco fradicio. Allora Giuditta ordinò all’ancella di stare fuori della sua tenda e di aspettare che uscisse […] Avvicinatasi alla colonna del letto che era dalla parte del capo di Oloferne, ne staccò la scimitarra di lui; poi, accostatasi al letto, afferrò la testa di lui per la chioma e disse: «Dammi forza, Signore Dio d’Israele, in questo momento». E con tutta la forza di cui era capace lo colpì due volte al collo e gli staccò la testa. […]’’

Nella pittura, ad assistere all’atto violento, vi è anche l’anziana serva della giovane protagonista. Questo contrasto tra nuovo e vecchio incarnerebbe la sempiterna grandezza dei valori morali della Chiesa (siamo dopotutto, in pieno periodo di Controriforma) simboleggiati qui da una Giuditta (interpretata probabilmente dall’amica del pittore, Fillide Melandroni) in abiti contemporanei all’artista.
Giuditta e Oloferne - Caravaggio - particolare

La scelta del vestiario non è casuale: ricordiamo infatti, che siamo in pieno periodo barocco, si punta sullo stupore indotto nello spettatore che assiste anche a rappresentazioni teatrali. Effettivamente non è il primo caso in cui Caravaggio si affida alla gestualità e all’espressività dei soggetti raffigurati nei suoi dipinti, ciò deriverebbe dagli studi compiuti da Leonardo sui moti interiori dell’anima che popolano appunto, la coscienza umana, studi poi diffusi da Lomazzo.

Gestualità ed espressività espresse alla massima potenza da Oloferne (che nel suo viso si riconosce un autoritratto del Caravaggio), il quale nella rappresentazione è diviso tra la vita e la morte, contrasto evidenziato dalla tesa muscolatura e dallo sguardo vitreo.
Giuditta e Oloferne di Caravaggio: analisi

Antonella Buttazzo per L’Isola di Omero