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LA VALLE DEI TEMPLI AD AGRIGENTO: LA BELLEZZA DELLA STORIA TRA DEI ED EROI

In una valle incantata, tra ulivi centenari e mandorli fioriti, vicino ad Agrigento si trova il più imponente insieme monumentale di tutta la Magna Grecia, iscritto nel 1997 nel Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

I templi dorici costituiscono una delle più significative testimonianze della cultura e dell’arte greca, e ci raccontano una storia millenaria iniziata nel VI secolo a.C. con la fondazione dell’antica colonia di Akragas.

Il Parco Archeologico della Valle dei Templi è un sito ampio di circa 1300 ettari che custodisce un patrimonio monumentale e paesaggistico straordinario.

Tempio di Zeus.

Le imponenti fondamenta e l’altare monumentale del tempio di Zeus sono la testimonianza del più grande tempio dorico di tutto l’Occidente. Eretto per celebrare la vittoria nella battaglia di Himera, era alto 30 metri. Disteso accanto alle rovine giace un telamone, una delle 38 statue gigantesche che si trovavano tra le colonne del tempio. 

Tempio della Concordia.

Il tempio della Concordia, insieme al Partenone, è considerato il tempio dorico meglio conservato al mondo. Ai nostri occhi, oggi le colonne, il frontone, il timpano si presentano con di colore ocra. In realtà, il tempio era originariamente bianco, tranne che per la parte superiore, dipinta di blu e rosso. Inoltre il tempio della Concordia si è salvato perché nel VI secolo d.C. fu convertito in chiesa cristiana.

Telamone.

Gli altri templi sono andati invece in rovina, danneggiati dal tempo e saccheggiati per riutilizzarne i materiali da costruzione. 

Bellissima è anche la zona dell’agorà di età greca e romana, articolata su più terrazzi e centro della vita pubblica, in cui spiccano il Bouleuterion e l’Oratorio di Falaride. La Valle dei Templi conta anche una ricca zona di necropoli greche, romane e paleocristiane, e la tomba di Terone, sepolcro monumentale erroneamente attribuito all’antico tiranno di Akragas. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero

ABU SIMBEL: LO SPLENDORE DEI TEMPLI SALVATI DI RAMSES II (IN EGITTO)

Abu Simbel è un sito archeologico egiziano formato da templi scavati nella roccia, uno dei quali è dedicato a Ramsés II e l’altro alla sua prima moglie Nefertari. La costruzione dei templi durò circa 20 anni, durante l’arco di tempo in cui il territorio fu sotto il controllo di Ramsés II (1279-1213 a.C).

Il Tempio di Ramses II:

Insieme alle Piramidi di Giza, una delle costruzioni più imponenti e spettacolari dell’Egitto si trova proprio ad Abu Simbel. Si tratta del Tempio di Ramses II, un autentico simbolo egiziano, con la sua colossale facciata formata da quattro statue alte 20 metri, direttamente scolpite nella roccia. Il sovrano è raffigurato con un gonnellino corto, un copricapo chiamato nemes, una doppia corona con cobra e una barba posticcia. Accanto alle gambe dei quattro colossi posti all’entrata delle struttura ci sono diverse statue in piedi più piccole che rappresentano alcuni familiari del faraone, tra cui la moglie Nefertari, la madre del faraone Mut-Tuy, i suoi figli e figlie. In cima alla facciata del tempio c’è consesso di 22 statue accovacciate di babbuini, la divinità animale votata ad accogliere il sole nascente.

Abu Simbel, un trasloco 'Faraonico' - Report - NAUTICA REPORT
Tempio di Ramses II.

L’interno del tempio non è meno sorprendente: si estende nella montagna per circa 65 metri. Il primo ambiente a è un atrio composto da otto pilastri, quattro per lato in cui Ramses II è raffigurato nelle sembianze del dio Osiride. L’area dell’atrio include immagini e geroglifici che descrivono la presunta vittoria di Ramses II nella battaglia di Qadesh che guidano il visitatore lungo un viaggio artistico e mistico, allo stesso tempo.

Le donne di casa Ramses:

Il tempio più piccolo di Abu Simbel mostra, al suo ingresso, quattro statue del faraone e due della sua sposa, Nefertari. La facciata contiene anche statue più piccole dei principi e delle principesse reali e, stranamente, le statue delle bambine sono più alte di quelle dei bambini, un segno, forse, che questo tempio renda omaggio a Nefertari e alle donne della casa di Ramses II. L’interno del tempio è più semplice di quello del grande tempio. Contiene sei pilastri che mostrano le raffigurazioni della dea Hathor. Sul muro di fondo della stanza sono stati realizzati dei rilievi che mostrano Nefertari nell’atto di essere incoronata dalle dee Hathor e Iside, indossando un copricapo che mostra il disco solare con piume tra le corna di vacca portati dalle stesse dee.

La scoperta del sito:

Giovanni Battista Belzoni | Fortunadrago.it
Gian Battista Belzoni (Padova, 5 novembre 1778 – Gwato, 3 dicembre 1823): esploratore, ingegnere e pioniere dell’archeologia italiano,.

Dopo l’abbandono dei templi, furono sommersi dalla sabbia e i grandi colossi gradualmente scomparvero nel deserto. Johann Ludwig Burckhardt notò l’esistenza del sito nel 1813 ma solo nel 1817, il grande Giovanni Battista Belzoni scoprì l’ingresso sepolto del grande tempio che, finalmente, vedeva nuovamente la luce.

I lavori per il mantenimento del sito:

Per evitare che fossero inondati dall’acqua durante la costruzione della diga di Assuan, i templi di Abu Simbel furono spostati tra il 1964 e 1968. Grazie all’aiuto dei fondi internazionali e di una perizia di un’equipe di ingeneri, furono smantellati e ricostruiti in un luogo più alto. Un’impresa di grande rilievo destinata a salvare un patrimonio dell’umanità che coinvolse oltre 2mila uomini; una sfida architettonica e ingegneristica unica nel suo genere alla quale presero parte alcune delle migliori aziende di costruzione al mondo dedicando la loro eccellenza al successo dell’operazione e dando vita ad una collaborazione internazionale rara per questo genere di opere; una scommessa vinta dalla comunità scientifica che credette fin dall’inizio al progetto.

Come ringraziamento per l’aiuto ricevuto, il governo egizio donò ai paesi che contribuirono a quest’opera di salvataggio alcuni dei monumenti che avrebbero rischiato la stessa sorte di Abu Simbel come il Tempio di Ellesija, donato all’Italia e conservato al Museo egizio di Torino, il Tempio di Debod a Madrid, il Tempio di Dendur a New York o la porta del Tempio di Kalabsha a Berlino.

Tempio rupestre di Ellesija - Wikipedia
Ricostruzione del Tempio di Ellesija, conservata presso il Museo Egizio di Torino.

Alessia Amato per L’isola di Omero

Il Codice di Hammurabi: la più antica raccolta di leggi scritte della storia

Era l’inverno fra il 1901 e il 1902 quando, fra le rovine della città di Susa (capitale dell’antico Elam), l’archeologo Jaques de Morgan scoprì una delle più antiche e vaste raccolte di leggi scritte: il Codice di Hammurabi.

Il re babilonese Hammurabi

Hammurabi fu il re di Babilonia, e regnò dal 1792 al 1750 a.C. . In seguito a varie vittorie estese l’impero dal golfo Persico, attraverso la valle del Tigri e dell’Eufrate, sino alle coste del mar Mediterraneo. Fece di Babilonia la capitale del regno e, dopo aver consolidato le sue conquiste, difese le frontiere e garantì la prosperità dell’impero.

Il Codice

Le 282 disposizioni furono scolpite con caratteri cuneiformi su una stele di diorite nera, alta più di 2 metri.

Alla sommità troviamo il re in piedi, che venera il dio della giustizia, seduto sul trono. Il dio porge ad Hammurabi il codice delle leggi, considerate appunto di origine sacre.

La consegna del Codice di Hammurabi

La lingua con cui è stato scritto è quella accadica, parlata in Mesopotamia.

Dopo il prologo iniziale, troviamo i 282 articoli che riguardano varie categorie sociali e di reati, che comprendono anche rapporti familiari, commerciali ed economici, edilizia, regole per l’amministrazione del regno e giustizia.

La struttura del Codice

  1. I processi (1-5).
  2. Alcuni reati contro il patrimonio (6-26).
  3. La scomparsa della persona fisica (27-32).
  4. Alcuni reati propri dei militari (33-36).
  5. I diritti reali (37-65).
  6. Disposizioni perdute (66-99).
  7. Alcune disposizioni su obbligazioni e contratti (100-126).
  8. La calunnia (127).
  9. Rapporti familiari (128-195).
  10. Alcuni reati contro la persona (196-214) (qui sono contenute le notissime disposizioni sulla legge del taglione, come le nn. 196 e 200 sulle lesioni agli occhi e ai denti).
  11. Altre disposizioni su obbligazioni e contratti (215-282).
Alcuni dettagli del Codice

La legge del taglione

Oltre all’organicità normativa, il Codice di Hammurabi deve la sua fama anche alla codificazione della cosiddetta legge del taglione.

Essa prevedeva che la vittima di un danno poteva infliggere all’autore dello stesso un danno in egual misura (il cosiddetto “occhio per occhio”). Ma questa disposizione era applicata con un’equità diversa rispetto a quella attualmente conosciuta.

La civiltà mesopotamica, infatti, era suddivisa in classi. Alla sommità della piramide sociale vi erano gli awilu (“uomini civilizzati”), cioè i nobili e coloro che esercitavano funzioni politiche e di governo. Seguivano i mushkenu (“coloro che si sottomettono”), uomini semiliberi e senza proprietà. Ultimi nella gerarchia erano i wardu, ossia schiavi e servitori, che potevano essere acquistati e venduti.

La gravità della pena era legata allo status sociale del responsabile.

Perché è così importante?

Si parla di una delle prime raccolte organiche di leggi a noi pervenute, che esplicita il concetto giuridico della conoscibilità e della presunzione di conoscenza della legge. Per la prima volta nella storia del diritto, i comportamenti sanzionabili e le pene corrispondenti vengono resi noti a tutti.

All’avanguardia rispetto ai tempi più moderni è la suddivisione del testo in articoli: ogni disposizione normativa del codice, infatti, è numerata, il che ne consente il richiamo in modo facile.

Dove si trova?

La stele costituisce uno dei gioielli della collezione di Antichità orientali del Museo del Louvre, a Parigi. Al Pergamonmuseum di Berlino, invece, ne troviamo una copia.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Dei mosaici emergono sotto alcuni vigneti nei pressi di Verona

27 maggio 2020 – Ci troviamo a Negrar, in Valpolicella nei pressi di Verona. Qui la Soprintendenza del capoluogo scaligero ha da poco effettuato degli scavi sotto alcuni vitigni.

Dai lavori, probabilmente avviati sotto la segnalazione dei proprietari del terreno, sono emersi mosaici in ottimo stato di conservazione risalenti al primo secolo dopo Cristo.

L'immagine può contenere: spazio all'aperto

La coscienza che in quella zona vi potessero esser dei reperti è certificata sin dalla fine dell’Ottocento. Successivamente altri mosaici, ora conservati presso il Museo Archeologico al Teatro Romano, erano stati rinvenuti con una campagna scavi negli anni ’60.

Sotto i vigneti della Valpolicella emergono mosaici del primo ...
Lo scavo effettuato alla Soprintendenza.

Le autorità predisposte stanno effettuando tutte le analisi del caso, si attendono aggiornamenti in merito.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Pompei ed Ercolano: le città sorrette dalla bellezza del tempo


Sia Pompei che Ercolano sono città di origine Osca, successivamente passate sotto il dominio di diversi popoli. Pompei dopo la guerra sociale fu elevata al rango di colonia col nome di Cornelia Venera Pompeiana. Ercolano invece venne nominata municipium.

Pompei:

Nel 62 d.C. Pompei fu semidistrutta da un terremoto e mentre la ricostruzione era in corso, il 24 agosto del 79 d.C., a causa dell’eruzione del Vesuvio, l’area della città e delle ville suburbane fu sepolta sotto uno spesso strato di pietra, cenere e lapilli.
Di Pompei sono rimasti il foro principale e gli edifici pubblici come il Capitolium (tempio dedicato alla triade divina di Giove, Giunone e Minerva), la Basilica (cioè il tribunale), e i bagni pubblici, compreso il foro triangolare, con due teatri. Il maggiore di questi è di origine greca, rimodellato però secondo il gusto romano. Tra gli altri edifici pubblici degni di nota sono le Terme Stabiane ben conservate. 

Il Parco Archeologico di Pompei riapre al pubblico: ingresso a 5 ...
Vista del Parco archeologico di Pompei.

Pompei era il posto in cui i ricchi romani trovavano ristoro per il buon clima. La città si contraddistingue per i resti di alcuni edifici civili: la Casa del Chirurgo, del Fauno e dei Casti Amanti. Tra questi degna di nota è la Villa dei Misteri che prende il nome dalle notevoli pitture murali che raffigurano i riti di iniziazione (“i misteri” appunto), del culto di Dioniso.

Ercolano:

La leggenda narra che la città fu fondata da Ercole. Tra i resti del luogo: i Bagni, il Collegio dei Sacerdoti di Augusto, e un teatro. Ercolano era una ricca città commerciale e nei suoi magazzini hanno resistito alla distruzione anche gli orci e le giare con cui veninvano trasportate le derrate alimentari.

Viaggio nel Parco archeologico di Ercolano senza uscire di casa ...
Vista dall’alto del Parco archeologico di Ercolano.


In tutta l’area, che dal 1997 è considerata Patrimonio dell’Umanità, è possibile ammirare ancora oggi sculture, mosaici e pitture murali di rara bellezza.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

L’ATLANTE FARNESE: IL GIGANTE DI PIETRA E LA VOLTA CELESTE

Quanto può pesare il globo terrestre? Ne sa qualcosa Atlante condannato da Zeus a portarlo sulle spalle. Questa statua del II sec. d.C è custodita nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli e risulta essere di particolare importanza per gli studi che su di essa sono stati condotti. Sul globo sono visibili le 43 costellazioni e i 12 segni dello zodiaco. La sfera celeste è raffigurata come vista dall’esterno e come se, l’osservatore, fosse situato fuori dall’universo.

Rinvenuta presso le terme di Caracalla a Roma intorno al 1546, non si conosce il suo autore ma si sa che essa è una copia romana di un originale greco databile al II sec. d.C. L’opera proviene dalla collezione di Paolo Del Bufalo e venne acquistata nel 1562 da Alessandro Farnese. Prima di giungere a Napoli nel 1786, entrando a far parte delle eredità accumulate da Carlo III di Borbone, la statua fu sottoposta al restauro di Carlo Albacini. A quest’ultimo si devono la testa, le braccia e le gambe.

Atlante Farnese - Wikipedia
Atlante Farnese.

Ma chi è Atlante? Diversi autori classici hanno scritto sul suo mito: Esiodo, Pindaro, Eschilo, Ovidio; Virgilio, Apollonio Rodio e altri. Atlante appartiene alla generazione divina anteriore a quella degli Olimpici e, in particolare, al ceppo degli esseri mostruosi e giganti. Per alcune tradizioni era figlio di Giapeto e dell’Oceanina Climene o Asia, mentre in altri miti era figlio di Urano e fratello di Crono. Atlante ebbe come figlie le ninfe Pleiadi da Pleinone e le Hyadi da Etra. Egli personifica la qualità della perseveranza e fu considerato nella fantasia popolare “colui che istruì gli uomini all’arte dell’astronomia”, insegnando loro le leggi del cielo per navigare in modo sicuro. Inoltre, è considerato la Divinità che, come chiaramente mostrato dalla sua iconografia, rovesciò i cieli intorno al proprio asse, permettendo la rivoluzione dei pianeti.

Il mito racconta: Crono e Rea avevano generato vari figli e figlie ma Crono li aveva divorati tutti, eccetto Zeus che era stato nascosto da Rea. Infatti, ella aveva ingannato il marito offrendogli una pietra avvolta nelle fasce al posto del figlio. Una volta cresciuto, Zeus chiese consiglio alla Titanessa Meti che gli suggerì di rivolgersi a sua madre Rea per ottenere l’incarico di coppiere di Crono. Rea acconsentì felicemente alla richiesta del figlio che mescolò alle bevande del padre l’emetico consigliato da Meti. Crono, dopo aver bevuto, vomitò la pietra, unitamente ai fratelli e alle sorelle maggiori di Zeus che gli chiesero di guidarli nella guerra contro i Titani e contro Crono che nel frattempo avevano scelto come loro capo Atlante. La guerra durò dieci anni e la Madre Terra profetizzò la vittoria di Zeus se egli si fosse alleato con coloro che Crono aveva esiliato nel Tartaro. Zeus, allora, uccise la vecchia carceriera del Tartaro e liberò i Ciclopi. I ciclopi premiarono Zeus e i suoi fratelli con le armi per vincere Crono. A Zeus fu data la folgore, Ade ottenne l’elmo per essere invisibile e Poseidone, il tridente. Con queste armi essi vinsero Crono mentre i giganti centimani contribuirono sotto una pioggia di sassi a far scappare il resto dei Titani superstiti. Allora Crono e tutti i Titani sconfitti furono esiliati nelle isole britanniche all’estremo occidente, sotto la sorveglianza dei giganti centimani. Alle Titanesse fu risparmiata la vita per intercessione di Meti e di Rea mentre Atlante fu condannato a reggere sulle spalle il peso di tutto il cielo.

Canova e l'Antico | Wall Street International Magazine
Sala della Meridiana, presso il Museo Archeologico di Napoli.

Nella parte superiore del globo farnesiano, dove si trova l’emisfero boreale, non sono leggibili bene le costellazioni a causa del deterioramento del marmo. La parte inferiore, quella dell’emisfero australe o antartico che poggia sulle spalle dell’Atlante, è stata posta qui perché non si conoscevano le costellazioni di questa parte di cielo. Dopo Eudosso e Arato ci fu la redazione da parte di Ipparco di Nicea di un catalogo con la descrizione di 1080 stelle e, successivamente, con Tolomeo venne creato l’Almagesto, catalogo stellare dal nome arabo datato 140 d.C. e dedicato all’imperatore Antonino Pio. Sotto Antonino l’iconografia dell’Atlante si riveste di un ulteriore significato: l’Atlante è come l’imperatore, egli sostiene il peso della volta celeste così come questo l’impero. L’Atlante Farnese è attualmente visibile nella Sala della Meridiana del Museo, così chiamata per la presenza di una meridiana tracciata nel 1790 da Giuseppe Cassella.

Alessia Amato per L’isola di Omero

Le 12 fatiche: Eracle e la liberazione dalla vendetta di Era

Le 12 fatiche di Eracle sono delle storie che fanno parte della mitologia greca: si ipotizza che siano state unite in un unico racconto chiamato L’Eracleia da Pisandro di Rodi, intorno al 600 a.C. Esse raccolgono tutte quelle imprese che l’eroe ha dovuto compiere per espiare il peccato di aver sterminato la sua famiglia durante un attacco d’ira. 

Eracle è una figura molto importante all’interno del corpus mitologico dell’Antica Grecia.

L’eroe era figlio della regina Alcmena e Zeus, il padre degli Dei. In realtà Alcmena era sposata con il re Anfitrione, ma pur di giacere con la donna Zeus prese le sembianze del marito e la sedusse.

Dall’unione tra il dio e Alcmena nacque Eracle, che però incorse nell’odio di Era, madre degli Dei e sposa di Zeus, che vedeva nel bambino la prova dell’infedeltà di suo marito; per questo, nonostante una forza prodigiosa, Eracle non ebbe una vita facile, dal momento che Era lo odiava profondamente! Proprio da un crudele dispetto di Era ebbe origine l’impresa delle Dodici Fatiche di Eracle.

LE 12 FATICHE DI ERCOLE: IL VIAGGIO DELL'ANIMA - Sentiero astrologico

Un giorno infatti la dea fece cogliere il forzuto eroe da un attacco di follia e questi, in un raptus di pazzia rabbiosa, uccise moglie e figli.  Una volta riacquistato il senno, Eracle si disperò e decise di recarsi dall’Oracolo di Delfi dove la Pizia, la sacerdotessa che parlava per bocca delle divinità, gli avrebbe rivelato un modo per espiare il suo terribile peccato.

L’oracolo comandò così all’uomo di mettersi al servizio del re di Tirinto e Micene, Euristeo, un uomo avido ma non molto intelligente che spinse Eracle a 12 pericolosissime imprese, le famose “12 fatiche di Eracle”.

L’eroe uscì vittorioso da tutte le sue imprese e riuscì finalmente a liberarsi dalla vendetta di Era e dai suoi rimorsi.

Quali sono le 12 Fatiche di Ercole? - Focus Junior

Quali sono le 12 fatiche?

1 – Uccisione del leone di Nemea. Come prima impresa Eracle dovette affrontare un gigantesco e famelico leone che terrorizzava gli abitanti di Micene e Nemea.

2 – Uccisione dell’idra di Lerna, un mostro a metà tra un drago e un serpente che, oltre ad essere velenosissimo, aveva nove testa e, ogni volta che ne veniva tagliata una, al suo posto ne ricrescevano due! 

3 – Cattura della cerva di Cerinea, che era più veloce delle frecce che Eracle le scagliava.

4 – Cattura del cinghiale del monte Erimanto, che distruggeva i campi della zona.

5 – Pulizia delle stalle di Augia, re dell’Elide (nel Peloponneso). Le stalle erano stracolme del letame e ciononostante il bestiame si era moltiplicato. Per ripulire il tutto in un solo giorno, Eracle decise, addirittura, di deviare i fiumi Alfeo e Peneo e farli scorrere nelle stalle.

6 – Uccisione degli uccelli del lago Stinfalo, che mangiavano carne umana (rappresentata nel mosaico sottostante).

Uccelli del lago Stinfalo - Wikipedia

7 – Cattura del toro di Creta. Esso era stato reso furioso da Poseidone perché Minosse non glielo aveva sacrificato come promesso. Ercole lo catturò vivo e lo portò ad Atene.

8 – Cattura delle giumente di Diomede il re di Tracia. Tali cavalle si nutrivano di carne umana. 

9 – Conquista della cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni, le donne guerriere.

10 – Cattura dei buoi di Gerione, una creatura che sopra le due gambe portava tre busti, con tre teste e sei braccia.

11 – Conquista dei pomi d’oro del giardino delle ninfe Esperidi. La prova consisteva nel riportare a Micene tre mele (o pomi) d’oro provenienti dal leggendario Giardino delle Esperidi, le tre Ninfe che custodivano il luogo sacro.

12- Cattura del cane Cerbero, il cane a tre teste che stava a guardia del mondo degli inferi. Ercacle allora si recò da Ade, il dio dell’Oltretomba, che gli diede il permesso di prendere Cerbero a patto di riuscire a domarlo senza l’uso delle armi.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

L’ Acropoli di Selinunte: la piccola Atene siciliana

Là, dove le popolazioni s’incontrano tra le pagine della storia e i racconti del mito, nel cuore del Mediterraneo, sorge l’antica città di Selinunte (Σελινοῦς per i greci e Selinûs per i latini), oggi divenuto uno dei parchi archeologici più belli del bacino mediterraneo. 

Fondata dai greci attorno al 628 a. C., la tradizione classica vuole che la costruzione di Selinunte sia avvenuta 100 anni dopo la fondazione di Megara Hyblaea, la città fu poi riscoperta nel 1551, dal frate domenicano Tommaso Fazello di Sciacca. Infatti, egli la cita nella sua opera “De Rebus Siculis”, mera elencazione delle rovine delle antiche città, pubblicata successivamente nel 1558 a Palermo.

Dal Medioevo, il posto era conosciuto come cava di materiali da costruzione e alcuni blocchi dei templi orientali, nel XVIII secolo, furono utilizzati per ristrutturare il ponte sul fiume Belice. Il prelievo fu considerato illegale con il decreto di Ferdinando II di Borbone, nel 1779, ma nonostante ciò il latrocinio continuò sino a quando le rovine di Selinunte non divennero meta dei famosi tour di nobili ed intellettuali, i quali ne scrissero, ne illustrarono e soprattutto ne diffusero la fama del complesso templare. Ciò, nel 1822, condusse due architetti inglesi, William Harris e Samuel Angell a studiarne le rovine riportando alla luce importanti scoperte.

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Nella foto: Illustrazione di Jean Houel, Ruines du grand temple de Sélinonte.

Il più grande parco archeologico d’Europa è anche il più importante per le costruzioni templari. Infatti conta più di dieci santuari, come il tempio G considerato uno dei più grandi esempi della classicità architettonica rimastoci da paragonare solo alle strutture di Mileto.

Una triste parentesi che riguarda Selinunte è il restauro per anastilosi, cioè la ricostruzione degli edifici mediante la ricomposizione con i pezzi originali, delle strutture antiche. Difatti, nel corso del ‘900, un grande dibattito divampò proprio sul metodo di conservazione delle architetture, che si risolse appunto con questa metodologia. 

Nel complesso, l’imponente sito archeologico di Selinunte è composto: dall’Acropoli, dalla Collina orientale, dal pianoro di Contrada Manuzza, dal santuario della Malophoros in contrada Gaggera e da due Necropoli chiamate Manicalunga e Galera Bagliazzo.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero