Tutti gli articoli di Cosimo Guarini

Sono laureato in Beni culturali e mi occupo della realizzazione di contenuti per il web. Gestisco la pagina Facebook L'isola di Omero.

L’ORIGINE DEL MONDO: CHI FU LA MODELLA DEL QUADRO PIÙ DISCUSSO AL MONDO?

A chi è che non è mai capitato di vedere quest’opera d’arte su uno schermo?

Vi siete scandalizzati o meno? Siate sinceri!

L’origine del mondo è il famoso quadro realizzato dall’artista francese Gustave Courbet nella seconda metà dell’Ottocento, ed attualmente conservato presso il Museo d’Orsay.

I nudi nell’arte sono sempre stati rappresentati da molteplici artisti, ma mai è stato raffigurato un organo riproduttivo così da vicino, o come soggetto protagonista dell’opera.

L’erotismo del dipinto, tuttavia, non sfocia nella pornografia, grazie alla grande abilità tecnica di Courbet e all’adozione di una sofisticata gamma di tonalità ambrate. Courbet, probabilmente ispirandosi alle donne dipinte da Correggio, Tiziano e Paolo Veronese, propone la raffigurazione con uno sconvolgente realismo; la vulva femminile, infatti, viene presentata nella sua cruda realtà oggettuale, in maniera sincera e diretta, con una notevole presa di distanze dai convenzionalismi accademici.

Facebook in tribunale a Parigi per il quadro di Courbet | Globalist
L’origine del Mondo (1866), Museo d’Orsay, Parigi.

Chi era la modella a cui Courbet si ispirò?

ll pube femminile raffigurato da Gustave Courbet è di Constance Quéniaux, ballerina dell’Opéra di Parigi. È la conclusione dello storico francese Claude Schopp, contenuta nel libro “L’Origine du monde, vie du modèle”.

Il quotidiano Le Figaro ha svelato che la scoperta è avvenuta per caso, ovvero studiando la corrispondenza tra Alexandre Dumas e la scrittrice George Sand; Schopp, infatti, si è reso conto di un errore di trascrizione di un passo relativo a Courbet. Una parola trascritta come “interview” (“intervista”) era in realtà “intérieur” (interno), sinonimo di organi genitali:

“Uno non dipinge col suo pennello il più delicato e sonoro interno della signorina Quéniaux dell’Opéra”,

Così recita la frase. All’epoca del ritratto, la Quéniaux aveva 34 anni e non ballava più da sei.

Scoperta l'identità della modella de "L'origine del mondo" di Courbet -  ArtsLife
Constance Quéniaux in fotografia.

Finora si era ipotizzato che la modella fosse l’irlandese Joanna Hiffernan, detta anche Jo l’Irlandese, che era stata amante del pittore. La Hiffernan era stata musa ispiratrice per diversi dipinti di Courbet, che le aveva dedicato la serie “Jo, la belle irlandaise”, realizzata fra il 1865 e il 1866. Ma è una teoria che ha sempre lasciato qualche dubbio, soprattutto perché i peli pubici nel dipinto sono scuri, mentre Joanna era di capigliatura rossa fiammeggiante.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

I PAPAVERI NELL’ARTE: LA RIVOLUZIONE FELICE DI MONET

Tra le tante opere realizzate da Claude Monet troviamo I Papaveri. Si tratta di un dipinto olio su tela, dalla composizione molto attenta e controllata, realizzato dal pittore francese nel 1873 delle dimensioni 50 x 65 cm e conservato attualmente presso il Museo d’Orsay a Parigi. La pittura en plein air fu l’attività principale dell’artista durante il suo soggiorno ad Argenteuil tra passeggiate nei campi e corsi d’acqua. Il soggetto preferito dell’artista è la trasformazione della realtà che avviene con il mutare della luce e con il trascorrere del tempo.

I papaveri.

La donna in primo piano è la moglie di Monet, Camille e il bambino è il figlio Jean. Qui, egli focalizza la propria attenzione sulla vita umana: una vita serena che affonda le proprie radici nella famiglia e ad essa ritorna non priva di emozioni poiché mossa di continuo dal vento e ravvivata continuamente dal rosso dei papaveri. Nel quadro spicca il verde indistinto del campo dei fiori dal quale Monet fa emergere delle brillanti picchettature di vermiglio che sono appunto i fiori protagonisti indiscussi della tela a rendere unico il paesaggio donando una nota di vivacità e di colore, ravvivando l’atmosfera di serenità e di freschezza. 

Il dipinto è suddiviso in due parti: la parte superiore è caratterizzata dalla luminosità del cielo, ampio e denso di nuvole che sembrano correre spinte dal vento mentre nella parte inferiore spiccano le colorazioni più intense del campo fiorito. Le due figure vengono rappresentate in primo piano a destra della linea dell’orizzonte seminascosti dal prato erboso e dai fiori costituendo la retta obliqua che struttura il quadro. Sembra quasi di percepire l’odore dell’erba secca ed il vento caldo estivo scorrere tra le fronde lontane. Monet sceglie di ritrarre i componenti della sua famiglia per ben due volte: la prima, in alto a sinistra e, la seconda, nell’angolo in basso a destra. 

I papaveri nell'arte, il meccanismo della rivoluzione gioiosa di Monet -  Stile Arte
Particolare dei due soggetti in basso al dipinto.

Si tratta di un momento della vita di Monet tranquillo ed emozionante. Un frangente fissato e fermato nel tempo da “I Papaveri” meglio che in ogni altro dipinto. I papaveri, infatti, sono l’elemento che ravviva gli istanti della vita del pittore e della sua famiglia. Le figure umane hanno una storia, costituiscono l’inizio e la fine del percorso segnato materialmente ed emotivamente dai papaveri, l’elemento centrale unificatore che dà colore alle loro esistenze.

Claude Monet immortala, in modo soggettivo e lirico, lo scorrere del tempo durante il quale i suoi cari sono soliti scendere verso la collina. Lontano, si intravedono solo i contorni di una casa, che si confondono con il verde degli alberi e con il bianco delle nuvole. 

Alessia Amato per L’isola di Omero

LA FIGURA DI ULISSE NEI SECOLI: DA OMERO A JOYCE

La figura di Ulisse, nella letteratura, è sicuramente rappresentata in modo molto affascinante. Di seguito sono proposte, in sintesi, alcune interpretazioni del personaggio omerico nelle opere di poeti e scrittori come Dante, Foscolo, Pascoli, D’Annunzio e Joyce. 

OMERO:

L’Ulisse di Omero è un personaggio moderno: egocentrico e desideroso di conoscenza, lascia la moglie e la patria. Al contrario di Achille, uomo guidato dalla propria “ira”, istintivo e impulsivo, egli invece è molto astuto, paziente e sa dominare passioni e sentimenti. Usa armi, quale l’arco o la spada, ma raramente le sue vittorie sono frutti di duelli frontali: fa, infatti, spesso ricorso a intuizioni e inganni, e riesce anche a sopportare gli oltraggi subiti dai Proci, cosa inconcepibile per gli eroi dell’Iliade. Infatti mentre quest’ultimo poema celebra i valori incentrati sull’onore, che doveva condurre alla gloria immortale, l’Odissea nasce dal senso pratico della vita caratteristico dei marinai, spesso abili nel commercio e che riescono ad affermarsi in più contesti, sfruttando sempre tutti i mezzi a loro disposizione.

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DANTE:

Nel Medioevo Dante inserisce Ulisse nell’Inferno (canto 26), in particolare nell’VII girone, e definisce il suo viaggio un “folle volo” (v. 125): Ulisse varca infatti le colonne d’Ercole, desideroso e avido di conoscenza, per sapere quali siano i confini del mondo. Alighieri condanna quest’ansia di sapere che cancella i limiti umani: per il poeta, solo la fede e la Teologia posso superare e completare il percorso di conoscenza dell’uomo.

UGO FOSCOLO:

Nel sonetto di Ugo Foscolo A Zacinto l’eroe greco diventa un alter ego del poeta per le sue continue peregrinazioni, che ricordano al poeta il suo destino di esule: Ulisse, per volere degli dei tornerà nell’amata patria, mentre Foscolo, eroe romantico, non godrà mai di questo privilegio. Nei Sepolcri, invece, Foscolo riprende la leggenda riportata da Pausania, secondo cui le armi di Achille, che Ulisse si guadagnò con l’inganno, furono riportate dalla nave naufragata di Ulisse alla tomba di Aiace Telamonio, cui queste erano destinate.

La morte, afferma il poeta, ripartisce le glorie tra i grandi uomini (vv. 220-221: “[…] a’ generosi | giusta di glorie dispensiera è morte”), al di là degli astuti inganni di Ulisse.

Dei Sepolcri di [Ugo Foscolo]
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PASCOLI:

Nei Poemi conviviali, più in particolari nella poesia L’ultimo viaggioPascoli ci presenta Ulisse come un eroe stanco, che torna in patria con il solo fine di comprendere il senso dell’esistenza. Approdato presso l’isola di Calipso, Ulisse, tentando di salvarsi dalla nave che, per la forte corrente, è spinta ad infrangersi contro gli scogli, chiede alle Sirene il significato della vita e la stessa Dea gli risponde che per l’uomo è meglio non nascere, poiché è destinato a morire. L’osservazione di Calipso fa così perdere ogni certezza al povero Odisseo, che diventa simbolo della crisi di valori del Decadentismo.

D’ANNUNZIO:

D’Annunzio fa di questo eroe un prototipo del Superuomo, come si nota ne L’incontro di Ulisse, contenuto nel ciclo delle Laudi. Egli viene rappresentato come essere superiore e sdegnoso verso la massa, rappresentata dai suoi compagni di viaggio. Il poeta vorrebbe assomigliargli e cerca, invano, di catturare l’attenzione, finché riceve uno sguardo dall’eroe omerico.

JOYCE:

Nel 1922 James Joyce pubblica il romanzo Ulisse nel 1922, che vede come protagonista Leopold Bloom. Bloom diventa l’emblema del mondo moderno e della modernità, e tutto il romanzo è strutturato come una continua citazione e capovolgimento del modello omerico.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

IL REALISMO MAGICO DI CENT’ANNI DI SOLITUDINE: UN ROMANZO CHE È UN LOOP


Pubblicato nel 1967, Cent’anni di solitudine è il capolavoro di Gabriel Garcia Marquez, premio Nobel per la letteratura ed indiscusso esponente del realismo magico.

Gabriel Garcia Màrquez | asinochinonlegge


Cent’anni di solitudine è una saga famigliare nella quale si racconta la storia della famiglia Buendìa attraverso sette generazioni di uomini e di donne che si tramandano nomi, caratteri e peculiarità.
Il romanzo è ambientato a Macondo, un luogo immaginario collocato nell’entroterra della Colombia e narra le vicende seguendo la vita delle varie generazioni, segnata dalla superstizione e oppressa dalla paura di subirne le sorti.
Le storie che si alternano nel libro sono quelle di persone che vivono isolate in questo villaggio, sospeso in un luogo e in un tempo non identificabili. Gli abitanti del villaggio hanno rapporti solo tra di loro, tutti si conoscono e un filo invisibile seppur tangibile lega i vari personaggi: i nipoti, infatti, non hanno solo il nome dei loro nonni, ma anche lo stesso carattere, lo stesso istinto e modo di reagire.

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Per quanto inventata, la storia di questa famiglia affonda le radici nei racconti dell’infanzia dello scrittore e si intreccia con la storia colombiana dal 1600 fino al ‘900 inoltrato. Quindi ciò che racconta Marquez è senza dubbio una storia a metà tra reale e invenzione, filtrata da una fantasia fiabesca che permette altresì l’assottigliarsi del confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti.


Cent’anni di solitudine è un loop: ricorda la storia del re che chiede alla serva di raccontargli una storia, con la serva che comincia a raccontare di un re che chiede alla serva di raccontargli una storia, all’infinito. Qui, però, l’infinito lascia il posto alla fine, “perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

NIKE DI SAMOTRACIA: IL RITROVAMENTO E IL MARMO DI PARO

All’interno del Louvre, sul famoso scalone progettato da Hector Lefuel si erge maestosa la Nike di Samotracia, opera ammirata in tutto il suo splendore da milioni di visitatori durante il corso degli anni nel prestigioso museo francese.

In realtà, però, anche se parliamo di una bellezza conosciutissima dai viaggiatori di tutto il mondo, la storia di quest’opera è in parte oscurata. Essa rappresenta probabilmente l’incarnazione della Vittoria resa divinità dai Greci, raffigurata come una donna con le ali pronta a prendere il volo o appena posatasi su di un basamento.

La statua era collocata originariamente su una prua marmorea di una nave, obliquamente slanciata e coperta da un panneggio mosso dal vento. Numerosi restauri, tra cui uno recentissimo, hanno tentato di riportare l’opera come nel suo stato originario; ma è necessario uno sforzo di immaginazione per comprendere la sua bellezza primigenia.

La Nike di Samotracia - Arte Svelata
Nike di Samotracia, presso Museo del Louvre a Parigi.

Conosciamo l’autore?

La statua venne ritrovata in una piccola isola del Mar Egeo che le diede il nome: Samotracia. Si trovava all’interno di un santuario dedicato ai grandi Dei, poi abbandonato con l’avvento della religione cristiana.

Nel 1862 Charles Champoisseau viceconsole di Francia ad interim ad Adrianopoli ritrovò i frammenti del monumento, durante una visita archeologica. Dal cumulo di rovine spuntarono prima un seno, poi più tardi un corpo senza testa e braccia. L’anno dopo la statua arrivò a Parigi, con alcune ammaccature imputabili al difficile trasporto.

Il suo materiale costitutivo è il pregiato marmo di Paro, proveniente dalle cave dell’isola di Paros. Si tratta di una materia purissima, tanto bianca da poter sembrare ghiaccio. L’opera fu probabilmente scolpita a Rodi tra il 200 e il 180 a.C. in quanto l’attribuzione è assegnata allo scultore Pitocrito, figlio di Timocare di Rodi.

Archivo:Museo de La Plata - Mármol blanco.jpg - Wikipedia, la enciclopedia  libre
Estratto di marmo di Paro.

Pitocrito cercò di usare tutti gli espedienti possibili per restituirci l’idea di movimento e di velocità. La composizione scenografica è ricca del pathos tipico dell’ellenismo. Dopo tanti secoli questa statua riesce a trasmettere ancora meraviglia nonostante le tante mancanze, tanto da averci abituato a pensare che sia stata progettata così come ci appare ora.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

GUERRA E PACE DI TOLSTOJ: IL ROMANZO REALISTA DIVENTATO EPICO

Il romanzo scritto tra il 1863 e il 1869 riguarda principalmente la storia di due famiglie, i Bolkonskij e i Rostov, nel periodo delle guerre napoleoniche e in particolare durante la campagna di Russia.

Parliamo, dunque, di un lasso di tempo che va dal 1805 al 1820. Le ambientazioni interessate sono le città di Mosca e San Pietroburgo, oltre ai luoghi di battaglia nei centri non abitati; nello specifico i paesaggi con presenza di corsi d’acqua.

Un libro lungo, come spesso accade con i lavori di Tolstoj, dalle mille alle milleseicento pagine in base alle edizioni. I personaggi che si susseguono (inventati o realmente esistiti) sono moltissimi; ne sono contati circa cinquecento, tra comparse e personaggi principali. Tra questi ci sono, ovviamente, Napoleone Bonaparte e lo zar di Russia Alessandro I.

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Guerra e Pace arriva ai giorni nostri come un classico della letteratura mondiale e russa, e viene così rivestito da un’aura epica che ne aumenta il blasone e il mito. Ma non è proprio così, perché Tolstoj basa la propria narrazione a fatti realmente accaduti e quindi, in termini tecnici, non c’è proprio nulla di epico!

Non appena pubblicato, il romanzo fu stroncato da alcuni critici proprio perché era considerato moderno, avendo creato uno stacco con le tradizioni del romanzo classico. In particolare Tolstoj ruppe con alcune soluzioni letterarie come l’unità poetica, l’unità di tempo e di spazio.

Infatti all’interno di Guerra e Pace vi è un intervento molto forte dell’autore. Spesso la vicenda viene interrotta perché egli pone un commento. Non parliamo di un commento implicito, come nella descrizione dei personaggi o altri fattori; parliamo di veri e propri capitoli che interrompono la narrazione dei fatti.

Guerra e Pace, romanzo magister vitae - Ticinolive
Guerra e Pace è stato rappresentato varie volte anche sotto forma di Film. L’immagine riguarda una pellicola omonima uscita nel 2007 sotto la regia di Robert Dornhelm.

Questo perché tutto il racconto si basa sulla dicotomia che da il titolo al libro. Quest’ultima non è solo la contrapposizione ovvia tra lo scontro bellico che ha fatto la storia da un lato, e la serenità delle famiglie dell’aristocrazia russa dall’altro.

La guerra viene raccontata anche come una sorpresa; una sorta di dietro le quinte in cui i protagonisti non sono i protagonisti del romanzo, ma sono i personaggi storici realmente esistiti. Tra questi, i generali che hanno pianificato le operazioni belliche sono ritratti da Tolstoj in modo impietoso, come degli incapaci abili solo ad alimentare caos.

La pace, invece, va interpretata come l’utilizzo nel romanzo di personaggi tipici della letteratura russa dell’Ottocento; il ritratto perfetto della una società dei salotti del tempo. Insomma, quello che i lettori dello scrittore si aspettavano nel cuore dell’Ottocento.

Ogni parte del romanzo è un continuo gioco di specchi, tutto è sdoppiato. Dunque quando si parla di Guerra e Pace non si parla di bene e male, ma di due realtà letterarie completamente differenti che possono coesistere.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

QUAL È IL SEGRETO SOTTERRANEO DEI MOAI SULL’ISOLA DI PASQUA?

Abbiamo già affrontato in un altro articolo il tema del fascino proposto dall’Isola di Pasqua (in Cile), caratterizzata dalla presenza di enormi teste di pietra, chiamate moai, che guardano in direzione del mare.

Chi le ha costruite? E come? Ma soprattutto, perché?

La rivista scientifica statunitense Plos One, è riuscita a risolvere parte di questi enigmi.

The best spots to see moai on Easter Island - Tiny Travelogue
Fila di moai posti sull’Isola di Pasqua.

In base ai sondaggi geologici eseguiti, pare che la gente della zona abbia posizionato i maestosi moai vicino alla fonte più vitale per l’umanità: l’acqua fresca. Gli archeologi hanno incrociato la posizione delle statue con la mappa delle risorse naturali dell’isola sperduta nell’oceano Pacifico, scoprendo così che c’era una corrispondenza significativa con le fonti di acqua dolce.

Le analisi proposte dagli studiosi.

Insomma, le basi di moai si trovano «esattamente dove sgorgava l’acqua», utilizzata anche per coltivare la terra.

«Costruire le statue non era un comportamento inesplicabile, ma qualcosa che non solo era culturalmente significativo ma centrale per la loro sopravvivenza», sostiene il coautore dello studio Carl Lipo, professore di antropologia alla Binghamton University.

Rimane incredibile «quanta energia abbiano investito» per segnalare questa fonte vitale, mentre sarebbero bastate opere decisamente più piccole e meno impegnative.

Probabilmente questi monumenti «rappresentavano gli antenati divinizzati e celebravano la condivisione quotidiana delle risorse»: una sorta di inno alla vita e contemporaneamente un ringraziamento per quanto ricevuto, riconoscendo nell’acqua il bene più prezioso.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

IL RUOLO DI ISABELLA D’ESTE NEL PARNASO DI ANDREA MANTEGNA

Il Parnaso di Andrea Mantegna risale al 1497 ed era nato per decorare lo studiolo di Isabella d’Este nel palazzo ducale di Mantova.

L’opera si identifica come un’allegoria di Isabella come Venere e suo marito Francesco Gonzaga come Marte, sotto il cui regno fioriscono le arti simboleggiate da Apollo e le Muse. L’opera mostra l’amore adulterino tra Venere e Marte, rappresentati su un arco naturale di roccia davanti a un letto simbolico.  

Il Parnaso di Andrea Mantegna

La posa di Venere è ripresa dalla statuaria antica, ma in generale essa appare come una donna reale, in tutta la sua voluttuosa bellezza e tiene in mano la freccia d’oro di Cupido disarmato, con la quale genera amore. Si tratta di un’esaltazione dell’amore divino, opposto a quello carnale, che genera Armonia. Quest’ultimo, con in mano ancora l’arco, ha una lunga cerbottana con la quale mira ai genitali di Vulcano, marito di Venere, che è raffigurato nella sua fucina nella grotta. Nella radura, Apollo suona la cetra e le nove Muse danzano beatamente simboleggiando l’armonia universale.

Particalare Pegaso e Mercurio.

Nonostante il suo astruso simbolismo, Il Parnaso è una delle più fresche e nuove opere che il Mantegna abbia creato in questo periodo. Qualunque sia il significato simbolico della scena, essa è valida per quel senso musicale del ritmo e della proporzione che lega le immagini I’una all’altra nella dolcezza del paesaggio. È l’ultimo sogno classico dell’artista ispirato ad un’estetica che già anticipa Raffaello; una visione ideale della bellezza, nella quale la luce e il colore assumono un ruolo di primo piano, precorrendo i rapporti cromatici della pittura del Cinquecento.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

ANNA KARENINA: IL SENSO DI COLPA COME OSTACOLO ALLA FELICITÁ

Approcciarsi ad un libro di 887 pagine non è mai troppo facile. E non è facile soprattutto quando il romanzo in questione è uno dei più grandi classici della letteratura mondiale. Anna Karenina di Lev Tolstoj rappresenta uno dei pilastri della nostra cultura. Una delle più grandi storie d’amore ambientate in Russia del 1875-77, nata in una delle classi sociali più alte e prestigiose dove tutto si può senza dirlo.

Anna Karenina è una donna altolocata che trascorre la propria vita dividendosi tra il figlio Serjoza, il marito e gli eventi mondani di San Pietroburgo. Appartiene a quella élite che conta e che vive di frivolezze ed è felice. Almeno fino a quando non incontra il conte Vronskij innamorandosene perdutamente. Abbandona, dunque, suo marito per vivere alla luce del sole questa passione nonostante il peso che le grava addosso.

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Tolstoj racconta, parallelamente, a quella di Anna e Vronskij le storie di altri personaggi che compaiono nel corso della narrazione come quella di Kitty e Levin, due giovani sposi i quali – al contrario dei due protagonisti – ottengono ciò che desiderano: vivere una vita tranquilla fatta di cose semplici e reali. La vita di Anna con Vronskij non diventerà mai reale ma sarà segnata per sempre dal peccato della donna: non tanto l’adulterio commesso nei confronti del marito, quanto l’averlo reso noto alla società abbandonando il tetto coniugale e scegliendo di vivere la propria vita con l’uomo che ama veramente. Il rifiuto del marito di accordarle il divorzio e di permetterle di vedere il figlio tanto amato, rende il rapporto tra Anna e Vronskij complicato ed infelice in cui la donna non riesce a trovare la pace.

Tolstoj considerava questo libro il suo primo vero romanzo: un capolavoro di realismo. Si sarebbe ispirato al poeta russo Aleksandr Sergeevic Puskin e ad avvenimenti della sua vita reale, come ad esempio l’amante del suo vicino di casa Bibikov. Nel 1887 Tolstoj afferma di aver immaginato “un nudo gomito femminile di un elegante braccio aristocratico” e, da quel momento ne fu così perseguitato, da doverne creare un’incarnazione. Il romanzo, avendo un occhio critico verso l’aristocrazia del tempo, scatenò inevitabilmente una reazione da parte della critica russa che definì il romanzo fin dalla sua prima apparizione “un romanzo frivolo dell’alta società”.

Biografia di Lev Tolstoj
Ritratto di Lev Tolstoj (Nascita: 9 settembre 1828, Jasnaja Poljana, Yasnaya Polyana, Russia
Morte: 20 novembre 1910, Lev Tolstoj, Russia).

Nonostante le critiche, l’opera ottenne un grande successo in Russia. In essa ritroviamo una delle costanti di molti personaggi di Tolstoj: la scoperta di quanto la vita sia preziosa nella sua semplicità. Questa presa di coscienza viene narrata nella sua possibilità ed impossibilità confrontando Anna e Kitty: la giovane sposa realizza il suo sogno di prendere marito e condurre un’esistenza serena in campagna mentre, Anna, vive un amore tormentato che non riesce a realizzare appieno. Il peccato commesso si trasforma in un ostacolo che le impedisce di essere felice.

Il suo destino è tristemente noto. Un finale che trasforma Anna in vittima. Vittima di un matrimonio senza amore, vittima delle convenzioni imposte dalla società e vittima di un legame che non riesce a trasformare in un rapporto solido e maturo.

Alessia Amato per L’isola di Omero

MAX SIEDENTOPF: L’ARTISTA CHE A FEBBRAIO CI AVEVA MESSI A NUDO (?)

A Febbraio 2020 con l’inizio del COVID 19, l’artista tedesco Max Siedentopf pubblicò il suo dissacrante progetto fotografico How to survive a deadly global virus, in italiano Come sopravvivere a un virus mortale globale.

L’intento era quello di far riflettere su come la società fosse incapace di comprendere e affrontare in modo razionale un problema, schiava di comportamenti di massa.

Una delle foto che fanno parte del progetto artistico “Come sopravvivere a un virus mortale globale”.

E quale comportamento poteva essere quanto più di massa se non l’uso della mascherina?

A Novembre 2020 sembra essere inspiegabile come un artista ormai di fama mondiale abbia potuto sottovalutare il tema complesso di un virus così letale, e in quel momento ancora sconosciuto.

Ma, senza senno del poi, Siedentopf aveva dotato dei modelli di alcuni oggetti di uso comune utilizzandoli a mo’ di mascherina, tra cui una foglia di lattuga, una scarpa di marca, un reggiseno, un’arancia, e addirittura un barattolo di nutella.

Chissà cosa penserà adesso Siedentopf della propria creazione !

Una molta che tiene ferma una lattuga sulla fronte di una donna, dal progetto di Siedentopf.

Chi è Max Siedentopf?

Maximilian Siedentopf (nato il 27 giugno 1991) è un artista, designer, editore e regista namibiano -tedesco.  È noto per aver allestito un’installazione intitolata Toto Forever in the Namib Desert che consiste in un anello di grandi blocchi bianchi in cima ai quali siedono sei altoparlanti collegati a un lettore MP3 a energia solare configurato per riprodurre continuamente il 1982 canzone Africa della band americana Toto . La posizione esatta dell’installazione non è stata rivelata. 

TOTO FOREVER | Max Siedentopf
In foto: l’installazione intitolata Toto Forever in the Namib Desert.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero