a cura di Alessia Amato

In una sintesi perfetta tra forme naturali e bellezza, l’arte di Antonio Canova si esprime attraverso un’attenta lavorazione del marmo. Sotto le sue mani la pietra prende vita con effetti di morbidezza e di trasparenza insuperabili. Tra i più celebri esponenti del Neoclassicismo, egli è stato scultore e pittore di fama internazionale. La sua grandezza, giunta fino ai nostri giorni, risiede nell’aver raggiunto un equilibrio tra le forme naturali e le forme ideali, secondo i principi teorizzati dal Winckelmann sulla “bellezza ideale”.

In occasione del bicentenario della sua morte, avvenuta a Venezia il 13 ottobre del 1822, Perugia dedica ad Antonio Canova una mostra – itinerario dal titolo Al tempo di Canova. Un itinerario umbro e sarà allestita nelle sedi di Palazzo Baldeschi al Corso e del Musa, Museo dell’Accademia di Belle Arti. Incentrata sul nucleo dei gessi canoviani conservati al MUSA, museo dell’Accademia di Perugia – tra i quali Le tre Grazie, donate dallo stesso scultore nel 1822 – l’esposizione valorizza il contesto artistico e culturale entro cui queste opere si inserirono, raccontando un’Umbria centro di una vivace rete di relazioni.

L’itinerario dell’esposizione – reale e ideale – avrà così piccole e grandi “stazioni di posta” intorno ad opere e protagonisti di una stagione culminata nel legame particolarmente influente che Canova ebbe tra il 1812 e il 1822 con l’Accademia di Belle Arti di Perugia.

Canova, tra la biografia e la carriera

Nacque a Possagno nel 1757. Artista dall’infanzia tormentata, perse il padre a soli quattro anni e vide fuggire la madre con il nuovo marito. Il piccolo Canova crebbe – quindi – nella casa dei nonni vicino a Treviso. Non dimenticò mai la tristezza dei suoi primi anni, espressa con sentimento, sensibilità ed eleganza nella sua scultura. Il nonno, Pasino Canova, era scultore e capomastro: fu così che il giovane artista si trovò immerso in una varietà di strumenti e materiali ideali per realizzare le sue opere.

Nel 1768, Canova cominciò a lavorare nello studio della scultura dei Torretti, a Pagnano d’Asolo, poco distante da Possagno. Quell’ambiente fu per il piccolo Antonio una vera e propria scuola d’arte. Furono i Torretti ad introdurlo nel mondo veneziano, ricco di tanti fermenti culturali e artistici. A Venezia, Canova frequentò la scuola di nudo all’Accademia delle Belle Arti e studiò disegno traendo spunto dai calchi in gesso della Galleria di Filippo Farsetti. Dopo aver lasciato lo studio dei Torretti, avviò una bottega in proprio ed eseguì le prime opere che lo resero famoso a Venezia e nel Veneto: Orfeo e Euridice (1776), Dedalo e Icaro (1779).

Nel 1779, Canova compì il suo primo viaggio a Roma, dove produrrà le sue opere più belle, dalle Grazie ad Amore e Psiche, dai Monumenti funebri dei Papi Clemente XIII e XIV a Maria Cristina d’Austria, senza contare i numerosi soggetti mitologici, come Venere e MartePerseo vincitore della Medusa, Ettore e Aiace. Sempre a Roma lavorerà per sovrani, principi, papi ed imperatori di tutto il mondo. Ospite dell’Ambasciatore veneto Girolamo Zulian, grande mecenate degli artisti veneti, Canova riceverà da Zulian le prime commissioni, tra cui Teseo sul Minotauro (1781) e Psiche (1793).

Con le ali ancora spiegate, il dio dell’amore scende sulla terra per ridare vita all’amata Psiche con un tenero abbraccio. Il centro della composizione è creato dall’intreccio di braccia e sguardi dei due amanti. I loro corpi levigati e le delicate membra trasmettono un senso di giovane passione in tutta la sua innocente purezza. L’intera scena descrive un aggraziato disegno a spirale, privo di qualsiasi asprezza.

Canova, partendo da uno studio sulla natura e sulle opere antiche, portò avanti una ricerca di sintesi ed astrazione realizzando opere sobrie dai movimenti aggraziati e dalle forme idealizzate. Ancora oggi è molto apprezzato per la lavorazione del marmo trattato con un’abilità tecnica fuori dal comune che lo portò a realizzare opere perfette e dall’aspetto morbido. Le superfici delle sue sculture sono levigate con un processo paziente e lunghissimo fino ad ottenere effetti di luminosità e di trasparenza che rende quasi incorporee le fattezze.