A cura di Alessia Amato

Esistono persone che hanno una tremenda paura della solitudine, che la temono e la evitano per tutta la vita. E poi ci sono altre che, invece, vi vedono una grande opportunità. È il caso di Emily Dickinson, una delle più grandi poetesse della storia, che scelse di condurre la propria esistenza tra l’isolamento ed il silenzio della sua stanza scrivendo le più belle poesie di sempre. Fu in grado di viaggiare attraverso lo spazio ed il tempo senza mai spostarsi dalla sua abitazione situata al 290 di Main Street ad Amherst nel Massachusetts, divenuta oggi un museo.

«La speranza è un essere piumato
che si posa sull’anima,
canta melodie senza parole
e non finisce mai
La brezza ne diffonde l’armonia,
e solo una tempesta violentissima
potrebbe sconcertare l’uccellino
che ha consolato tanti.
L’ho ascoltato nella terra più fredda
e sui più strani mari.
Eppure neanche nella necessità
ha chiesto mai una briciola – a me. »

Intorno alla sua figura ruotano diversi enigmi proprio in virtù delle scelte di vita della poetessa, alcuni di questi mai risolti. Ciò che è certo è che è stata una donna unica, talentuosa e straordinaria. Ogni artista, ogni poeta, ogni anima deve fare i conti con il viaggio alla ricerca di sé stesso. Durante questa ricerca ci rendiamo conto che ognuno di noi insegue qualcosa di specifico che ci rende unici. Per entrare dentro il proprio inferno spesso bisogna far silenzio, scendendo in punta di piedi. Quale è stato il percorso di Emily Dickinson alla ricerca di sé? Cosa voleva esattamente?

Nacque nel 1830 negli Stati Uniti da una famiglia borghese e puritana. Figlia di Edward Dickinson, un avvocato di successo destinato a diventare deputato del Congresso ed Emily Norcross, donna dalla personalità fragile, fu la seconda di tre fratelli che amò profondamente. Terminò nel 1846 un primo ciclo di studi presso la Amherst Academy, un’istituzione fondata dal nonno paterno, per poi iscriversi al collegio femminile di Mount Holyoke, che abbandonò dopo appena un anno per coltivare la sua istruzione in casa con un tutore privato. 

La sua vivida immaginazione la portò a comporre più di tremilacinquecento poesie d’amore ardente destinate ad un uomo sconosciuto. Emily Dickinson ebbe diversi amori platonici ma nessuno sfociò mai in una relazione ufficiale. Più scriveva e più cresceva il silenzio intorno al suo piccolo mondo. Con il trascorrere degli anni, si chiuse sempre più in esso. Fu la paura a spingerla verso il mondo infero della sua psiche? 

“Da settembre provo un senso di terrore, non riesco a parlare con nessuno e così canto”. 

Il canto è etimologicamente un grido, spesso di dolore. Ed Emily dialoga costantemente con sé stessa per attenuare una sofferenza profonda. La sua poesia fu contemporaneamente impaurita e assertiva, audace ma ripiegata su di un Io spezzato, romantica – la sua attenzione alla natura e alle sue creature è sempre presente nei suoi versi – ed eppure anche lacerata nel suo rapporto con Dio e col trascendentale. 

«Non è necessario essere una stanza o una casa per essere stregata. Il cervello ha corridoi che vanno oltre gli spazi materiali»

Tra i 23 e i 25 anni Emily prese la decisione più importante e discussa, della sua vita: si isolò completamente dal resto del mondo. E prese anche la bizzarra abitudine di vestirsi esclusivamente di bianco. Restò reclusa per quindici anni, periodo durante il quale usciva per recarsi solo all’interno del suo amato giardino. Il motivo di questa reclusione è ancora sconosciuto ma, forse, spiegato dal fatto che della scrittura, Emily, ne aveva fatto una ragione di vita. Secondo gli studiosi, infatti, la scelta non fu presa né da una delusione d’amore, né per problemi di salute, quanto dalla consapevolezza di vivere in una società opprimente alla quale sentiva di non appartenere.

Quello che è certo è che la solitudine le offrì l’ispirazione necessaria alla creatività ma, con il tempo, fu inghiottita dalla sua stessa scelta fino a trasformarsi in un fantasma dietro la finestra. Scelse di non assistere neanche al funerale del padre, tenutosi nella sua stessa casa. 

Nelle sue lettere, Dickinson non svelò mai il suo volto, né le sue fattezze, né le sue abitudini: anzi, a seconda del destinatario indossava maschere stilistiche diverse, apparendo così ai nostri occhi sempre più molteplice e sfuggente. Certo è che la sua voce appariva dissonante rispetto alla poesia romantica del tempo – per giunta essendo una donna, dal cervello così fiero e indipendente – e proprio per questo Higginson, pur riconoscendone il genio, la supplicò di non pubblicare i suoi versi, perché riteneva che il pubblico contemporaneo non li avrebbe capiti. Dickinson ringraziò, affermando che con quel consiglio, che avrebbe di certo seguito, la salvava. 

La parola, la lettura, la scrittura in versi e in prosa nei suoi quaderni fu il peccato a cui, nonostante tutto, pur reclusa in quella stanza in cui ormai non faceva più entrare nessuno mai poté resistere.

«Alcuni dicono che

quando è detta,

la parola muore.

Io dico invece che

proprio quel giorno

comincia a vivere»

La sua poesia nasce attraverso la contemplazione della natura: dalla finestra della sua stanza osservava il mondo e gli animali, descriveva il suo giardino, gli insetti e i fiori, il susseguirsi delle stagioni e i cambiamenti. Contemporaneamente studiava Shakespeare, Keats ed Emily Brontë, i suoi autori preferiti. E scriveva, tanto. Scriveva di amore e di natura, di fugacità della vita e della rassegnazione dolorosa della morte. 

«Se leggo un libro e questo rende il mio intero corpo così freddo che nessun fuoco potrà mai scaldalo, so che è poesia».

Ma non era interessata al successo o al riconoscimento: la poesia rappresentava per lei un mezzo di esplorazione dei sentimenti, di introspezione. Le sue poesie, conservate all’interno di quaranta volumi rilegati a mano, furono nascoste dalla poetessa nel cassetto della sua scrivania: non solo rifiutò di pubblicarle, ma anche di condividerle con i suoi affetti. Della sua grande opera, solo sei di queste furono pubblicate quando era in vita. Tutto il resto, invece, venne alla luce dopo la sua morte grazie alla sorella minore Vinnie, sua profonda estimatrice, che le ritrovò, lì dove Emily le aveva gelosamente custodite.

Quando Emily Dickinson morì a soli cinquantacinque anni, si affrettò a scrivere a tutti i destinatari delle lettere della poetessa per chiederne una copia prima che andassero disperse e trascrisse tutti i documenti che trovò nella sua stanza. Fu lei a compiere il primo lavoro di revisione sulle sue poesie, a curarne le primissime edizioni e, così, anche a dare inizio a una faida familiare che si sarebbe conclusa solo col lavoro di Martha Dickinson Bianchi: la famiglia Dickinson preferiva che la poetessa venisse dimenticata, che i suoi scritti – così acuti e scandalosamente audaci – non mettessero in imbarazzo tutti. Eppure, nonostante questo, oggi Emily Dickinson è viva e ricordata più che mai, nonostante la sua personalità continui a essere avvolta dal mistero.

«Vi è una certa inclinazione di luce,
i pomeriggi d’inverno —
che opprime, come il peso
di musiche di cattedrale —

Una ferita celeste, ci apporta —
non ne troviamo cicatrice,
ma un’interna differenza,
dove stanno i significati —

Nessuno può insegnarla — altrui —
è il sigillo della disperazione —
un’imperiale afflizione
inviataci dall’aria —

Quando viene, il paesaggio ascolta —
le ombre — trattengono il fiato —
quando va, è come la distanza
nell’aspetto della morte»

Forse le parole migliori sulla poetessa furono quelle di Eugenio Montale, suo grande estimatore: secondo il poeta, il suo era un “caso estremo di una vita scritta e non vissuta; e scritta con quella particolare intensità proprio perché non fu mai materialmente vissuta”

«Se potrò impedire a un Cuore di spezzarsi
Non avrò vissuto invano
Se potrò alleviare il Dolore di una Vita
O lenire una Pena
O aiutare un Pettirosso caduto
A rientrare nel suo nido
Non avrò vissuto invano».