a cura di Rosa Araneo

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Sebbene Boogie Woogie (1953) di Renato Guttuso appaia inizialmente come una semplice satira sull’astrazione geometrica, un’analisi più attenta del lavoro rivela una critica molto più pungente della cultura italiana del dopoguerra

Renato Guttuso (Bagheria, 26 dicembre 1911 – Roma, 18 gennaio 1987)

Si ha voglia di leggerezza e in un seminterrato di Roma, un gruppo di giovani balla sulle note della Glenn Miller Orchestra, che le forze statunitensi hanno suonato mentre marciavano nella capitale italiana nel 1944. Dietro di loro c’è il famoso Broadway Boogie-Woogie di Piet Mondrian, a cui nessuno di loro presta la minima attenzione. 

Broadway Boogie-Woogie, Piet Mondrian

Le espressioni dei ragazzi però appaiono annoiate, vacue e disinteressate, quindi è evidente che il bersaglio dell’opera di Guttuso non è Mondrian, ma quegli artisti italiani che avevano abbandonato il realismo per l’astrazione. Ciascuna delle figure raffigurate si riferisce infatti a un membro del gruppo Forma, che aveva tentato di conciliare il marxismo con le dottrine del formalismo. Ma per i realisti dichiarati come Guttuso, questo gesto equivaleva semplicemente all’imitazione superficiale di un’idea straniera “alla moda”, le cui tradizioni specifiche il gruppo ignora volutamente. Proprio come il ballo che si svolge nel bar del seminterrato, questi formalisti stanno solo seguendo l’esempio degli altri; il risultato è una serie di gesti vuoti che hanno solo una banale somiglianza con l’arte di giganti del calibro di Mondrian. L’arte astratta si riduce così a mera decorazione, mentre le idee superficiali di coloro che hanno scelto di voltare le spalle al passato si traducono, come si vede nelle loro espressioni, in frustrazione o sconforto.