ARTEMISIA GENTILESCHI: UN TALENTO PRECOCE

Raramente, in passato, il percorso artistico e quello biografico di Artemisia Gentileschi sono stati oggetto di una sintesi logica ed efficace così da analizzare, senza pregiudizi, un prodotto artistico altissimo e sicuramente senza precedenti. È certamente impossibile ignorare quel marzo del 1612 ed il processo intentato da Orazio Gentileschi contro l’amico e collega Agostino Tassi che, nel maggio dell’anno precedente, aveva violentato la figlia Artemisia: infatti, è stato sempre questo episodio a prevalere sull’attività di pittrice della Gentileschi.

Cerchiamo, dunque, di conoscerla meglio.

Artemisia Gentileschi nacque a Roma l’8 luglio 1593, figlia di Orazio Gentileschi e di Prudenza Montone, della quale si sa solo che morì quando la figlia aveva appena dodici anni. La ragazza, fin da giovane, si esercitò nell’arte e nella pittura dimostrando immediatamente una grande tenacia ed abilità. Affinò il proprio stile presso la bottega paterna e superò, in poco tempo, anche gli apprendisti di Orazio. Negli anni successivi, Artemisia crebbe circondata dalle opere degli artisti che in quegli anni stavano lavorando a Roma ed, in particolar modo, dai capolavori di Caravaggio. La pittrice, essendo una donna, non poteva frequentare le usuali scuole d’arte e poté migliorare il proprio stile da autodidatta. A dimostrare il forte influsso della pittura caravaggesca nei lavori della Gentileschi, fu la realizzazione a diciassette anni del quadro Susanna e i vecchioni, probabilmente completato sotto la guida del padre.

Artemisia Gentileschi - Wikipedia
Autoritratto di Artemisia Gentileschi.

Il talento ed il successo di Artemisia Gentileschi furono offuscati da un terribile scandalo che segnò profondamente la sua esistenza e la sua arte. Nonostante la ragazza fosse confinata in casa dal padre, Agostino Tassi, pittore e amico del padre, riesce ad approfittare di lei nonostante i fermi rifiuti di Artemisia. La ragazza viene stuprata a 18 anni. Orazio denuncia il fatto alle autorità dopo circa un anno. Un processo per stupro, all’epoca, segna il disonore di Artemisia che da quel momento in poi, nonostante sia una vittima, viene considerata una poco di buono. Il processo fu molto complesso e, attraverso il gran numero di documenti che sono giunti fino a  noi, è stato possibile scoprire i metodi barbari con i quali il tribunale ha estorto la verità ad Artemisia, ma anche gli imbrogli adoperati da Orazio per aggravare la pena del Tassi. 

Tra le opere di Artemisia Gentileschi realizzate in questo periodo e legate soprattutto a questo triste evento, ricordiamo Giuditta e Oloferne (interpretato dalla critica come un quadro di “ripicca” nei confronti dell’aggressore Agostino Tassi), la Madonna col Bambino e nel 1612 anche la tela Danae. Terminato il processo, per ristabilire la figura di Artemisia, Orazio combinò un matrimonio di sua figlia con Pierantonio Stiattesi, un pittore fiorentino, dal quale successivamente ebbe quattro figli.

A Maastricht, un'inedita Giuditta di Artemisia Gentileschi - ArtsLife
Artemisia Gentileschi, Giuditta e Oloferne (1614- 1620).

In Giuditta che decapita Oloferne, Artemisia esprime la sua voglia di rivalsa nei confronti dell’uomo che l’ha umiliata: sceglie, infatti, di rappresentare il momento in cui Giuditta decapita il generale e non quello successivo della fuga come molti prima di lei; soprattutto, ritrae una donna sicura e risoluta nel compiere questo gesto di rivincita nei confronti del suo oppressore. Lo sfondo è scuro e buio non solo perché la rappresentazione avviene in uno spazio notturno ma anche perché richiama la dimensione inconscia di un macabro incubo. L’unico elemento di arredo è il letto, simbolo della sfera sessuale, luogo di incontro o di scontro tra uomo e donna. Dalla testa recisa di Oloferne, che ha un’espressione di dolore tale da farlo sembrare una maschera, fuoriescono zampilli di sangue che riempiono la scena di dense gocce rosse, elemento di novità assente alla tradizione. La scena è talmente cruda e realistica che, si dice, fu relegata in un angolo di Palazzo Pitti perché impressionava le dame di corte non abituate ad una tale violenza conosciuta, invece, dalla pittrice.

Nel 1614 Artemisia con la sua famiglia si trasferì a Firenze, dove la sua fama crebbe in modo notevole, rendendola molto famosa e dove conobbe alcuni committenti di grande rilievo, come Galileo Galilei e Michelangelo Buonarroti il Giovane. Per quest’ultimo, nipote del celebre Michelangelo, realizzò la tela intitolata Allegoria dell’Inclinazione, che contribuì ad aumentare la propria fama. Tra i vari autoritratti, possiamo ricordare anche Autoritratto come martire, realizzato nel 1615 e conservato attualmente all’interno di una collezione privata.

Durante questi anni, la pittrice realizzò delle tele di grande importanza, tra cui possiamo ricordare la  Conversione della Maddalena e Giuditta e la sua ancella

Conversione della Maddalena - Wikipedia
Conversione della Maddalena e Giuditta e la sua ancella, Artemisia Gentileschi.

Nel 1630 Artemisia giunge con la sua famiglia a Napoli, una città in costante crescita e centro di cultura e di arte. In quegli anni molti altri artisti erano già stati nella capitale partenopea, come lo stesso Caravaggio, Annibale Carracci e successivamente anche Giovanni Lanfranco ed altri importanti nomi. Il successo per la Gentileschi non tarda ad arrivare e così ottiene delle importanti commissioni per la cattedrale di Pozzuoli, dove realizza San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli, L’adorazione dei Magi ed anche i Santi Proclo e Nicea. La pittrice realizza anche Nascita di San Giovanni Battista, opera che oggi viene conservata al Museo del Prado. Circa otto anni dopo, Artemisia si trasferisce temporaneamente a Londra per raggiungere il padre Orazio il quale stava lavorando presso la corte di Carlo I per decorare un soffitto. Carlo I richiese esplicitamente l’intervento di Artemisia Gentileschi e lei non poté tirarsi indietro.

Nascita di san Giovanni Battista - Wikipedia
Nascita di San Giovanni Battista, Artemisia Gentileschi.

Indomita, forte, talentuosa: Artemisia era nata per dipingere. Ascoltò il suo talento e la sua inclinazione raffigurando non nature morte o paesaggi ma soggetti sacri, storici, eroine bibliche perché attraverso di esse riuscì ad esprimere meglio il dolore e la drammaticità che avevano segnato indelebilmente la sua esistenza. Artemisia si scontrò con i pregiudizi e l’ottusità del suo tempo senza aver mai avuto paura di seguire la propria strada. Il messaggio che giunge attraverso le sue opere è che anche la sofferenza e la vergogna possono essere sublimate in bellezza. In un mondo in cui la violenza sulle donne è ancora drammaticamente attuale, storie come la sua possono essere di esempio per tutte affinché non perdano mai la propria voce ed il coraggio di denunciare i soprusi, lottando attivamente contro abitudini tossiche e comportamenti umilianti e sviluppando il talento contro stereotipi antiquati.

Alessia Amato per L’isola di Omero

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