Il dripping di Pollock: evocazione dell’inconscio

Jack the dripper. Così veniva chiamato Jackson Pollock, in nome della tecnica da lui inventata, il dripping, per cui l’artista stendeva il colore gocciolandolo direttamente sulla tela. Egli è il primo artista americano ad ottenere un successo internazionale. Prima di lui la capitale dell’arte era Parigi e tutti gli artisti, anche per un breve periodo, si trasferivano nella capitale francese, centro dell’arte mondiale. Ma Pollock non uscì mai dai confini statunitensi e dopo di lui la capitale dell’arte si spostò a New York.

Gli anni tra il 1947 e il 1951 sono quelli in cui Pollock dipinge alacremente e in cui mette a punto la tecnica del dripping, dandole spessore ed autonomia. Number 27 del 1950 è una delle opere più significative per modalità esecutiva: come diceva lo stesso Pollock

“posso camminarci intorno, lavorare sui quattro lati, essere letteralmente nel quadro. Preferisco la stecca, la spatola il coltello. Quando sono dentro il mio quadro non so cosa sto facendo”.


Number 27 (1950) – Jackson Pollock

Egli è la superstar della pittura americana, trae le proprie immagini direttamente dall’inconscio, si serve di un’estetica primitivista, diventa parte del dipinto. La sua pittura rinuncia al compito classico di dipingere dei soggetti e tenta di esprimere movimenti, energie, ovvero ciò che afferra l’umano e lo possiede. Il rapporto con la tela non è più frontale, ma dall’alto in basso secondo un processo di caduta. Centrale non è più la visione capace di prevedere, ma lo sgocciolio che simboleggia il nostro essere al mondo. Come i danzatori della pioggia, Pollock sembra danzare intorno al quadro per trattenere le forze sulla tela. Anche le misure della tela, enormi o inusuali, sembrano essere stabilite dall’opera stessa.

Non vi è pittura più evocativa di quella di Pollock. Un’evocazione dell’inconscio e dell’inumano.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

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